{"id":1412,"date":"2014-10-12T20:59:55","date_gmt":"2014-10-12T20:59:55","guid":{"rendered":"http:\/\/www.asimmetrie.org\/?p=1412"},"modified":"2021-05-19T15:31:33","modified_gmt":"2021-05-19T14:31:33","slug":"leuro-la-democrazia-e-la-rappresentanza-impossibile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/asimmetrie.org\/en\/interventi\/opinions\/leuro-la-democrazia-e-la-rappresentanza-impossibile\/","title":{"rendered":"L\u2019euro, la democrazia e la rappresentanza impossibile"},"content":{"rendered":"<p><strong>Di Alfredo D&#8217;Attorre<\/strong><br \/>\nDeputato del Partito Democratico<br \/>\nMembro della Commissione Affari Costituzionali<\/p>\n<p>Muover\u00f2 da una premessa non formale: il tema posto al centro del convegno, la ricostruzione del ruolo dello Stato, \u00e8 davvero quello cruciale per la sinistra europea. La scelta di questo argomento \u00e8 in s\u00e9 tutt\u2019altro che neutra o innocente. Solo qualche anno fa essa sarebbe stata difficilmente pensabile, anche in un convegno e in una cerchia di intellettuali che si propongono di \u00abripensare la sinistra\u00bb. Fino alla cesura rappresentata dalla crisi economica globale, una visuale del genere sarebbe immediatamente apparsa retrograda, destinata a subire l\u2019accusa di statalismo e di nostalgia per un passato ormai irrimediabilmente trascorso. E questo sarebbe accaduto sia in ambiti pi\u00f9 orientati verso la sinistra riformista, sia in settori pi\u00f9 vicini alla sinistra cosiddetta \u2018radicale\u2019 o \u2018antagonista\u2019, che in taluni casi (si pensi solo all\u2019influenza dei lavori di Negri e Hardt) si erano spinti molto pi\u00f9 avanti sulla strada di un felice congedo dalla statualit\u00e0 novecentesca e dell\u2019illusione di cavalcare l\u2019onda della globalizzazione in chiave emancipativa.<\/p>\n<p>Prover\u00f2 schematicamente ad argomentare la tesi che riaffermare la necessit\u00e0 di ricostruire lo Stato significa prendere di petto la questione centrale del disarmo politico e culturale della sinistra nell\u2019ultimo trentennio. Il corollario di questa tesi \u00e8 che lo stesso argomento specifico di questa sessione, la crisi della rappresentanza democratica e il necessario ripensamento delle sue forme sociali e istituzionali, non pu\u00f2 essere disgiunto dal processo di destrutturazione della statualit\u00e0.<\/p>\n<p>L\u2019avvio di questo percorso va individuato alla fine degli anni settanta, quando inizia progressivamente a formarsi un dispositivo ideologico che coniuga elementi interconnessi su piani diversi. Ne enucleo i tre principali: sul piano politico la cosiddetta rivoluzione \u2018neo-conservatrice\u2019 che si impone a partire dai paesi anglosassoni, sul terreno economico il prevalere del monetarismo neo-liberista, a livello di teoria sociale l\u2019affermarsi di una specifica lettura in senso anti-statuale della globalizzazione contemporanea. Secondo questa visione, essa non costituisce semplicemente una tra le diverse fasi di internazionalizzazione degli scambi e dei commerci, come altre ve ne sono state nella storia economica moderna, ma segna piuttosto una vera e propria soglia epocale. La natura di questa discontinuit\u00e0 storica non \u00e8 limitata al solo ambito della produzione e dei commerci, ma implica niente di meno che il tramonto delle istituzioni politiche e giuridiche della modernit\u00e0, imperniate sulla figura dello Stato sovrano.<\/p>\n<p>\u00c8 interessante osservare come questa lettura della globalizzazione in chiave di tramonto irreversibile della statualit\u00e0 moderna diventi una sorta di communis opinio nel campo della riflessione teorica, anche da parte di studiosi non sospettabili di simpatie liberiste o neo-conservatrici. In ampi settori dell\u2019intellettualit\u00e0 progressista diventa senso comune che si stia entrando in un\u2019et\u00e0 felicemente post-moderna e post-statuale. Un nuovo costituzionalismo globale, fondato sul primato delle corti e sull\u2019interazione virtuosa fra diritto ed economia globale, avrebbe garantito i diritti umani (compresi quelli sociali!), oltre le barriere e i vincoli dello Stato sovrano. Oggi, dopo la lezione della grande crisi globale, pu\u00f2 sembrare un\u2019amenit\u00e0, ma fino a qualche anno fa era piuttosto diffusa l\u2019idea che lo smantellamento dei poteri di intervento e lo svuotamento della sovranit\u00e0 degli Stati nazionali potesse racchiudere in s\u00e9 nuove potenzialit\u00e0 partecipative ed emancipative per il cittadino globale.<\/p>\n<p>Questa visione, che in realt\u00e0 celava un preciso apparato ideologico, ha segnato in profondit\u00e0 la costruzione dell\u2019Unione Europea e il discorso pubblico sui caratteri che essa avrebbe dovuto assumere. Il rifiuto del cosiddetto \u2018super-Stato\u2019 \u00e8 diventato un leit-motiv non solo dei conservatori anti-europeisti, ma anche dei progressisti favorevoli al proseguimento e al rafforzamento dell\u2019integrazione europea. Il punto di convergenza \u00e8 stato che questa integrazione in nessun caso avrebbe potuto o dovuto portare l\u2019Europa a costruire una statualit\u00e0 federale riconducibile ai modelli storici esistenti. \u00c8 la tesi del \u00abSonderweg\u00bb europeo, secondo la formula adoperata dal giurista Joseph Weiler all\u2019inizio degli anni novanta e poi riproposta con innumerevoli variazioni attorno alla stessa idea centrale da una miriade di studi politologici, giuridici, filosofico-politici, centrati sull\u2019irriducibile specificit\u00e0 storica della costruenda forma istituzionale dell\u2019Unione Europea. Secondo questa visione, diventata assolutamente egemone sia nel dibattito teorico sia nelle posizioni politiche delle forze progressiste, il fatto che l\u2019Unione Europea escludesse qualsiasi evoluzione verso la forma statuale e al tempo riducesse fortemente le prerogative sovrane degli stati membri, affidandole a una sempre pi\u00f9 spesso evocata quanto indefinita \u00abmultilevel governance\u00bb, non rappresentava un problema o un rischio, quanto piuttosto il segno del carattere innovativo e \u2018post-moderno\u2019 del cantiere istituzionale aperto nel Vecchio Continente. Un esperimento che veniva offerto come un modello al resto del mondo, in quanto pi\u00f9 adatto ad affrontare le sfide della globalizzazione rispetto alle aree che restavano ancorate alle forme e ai vincoli otto-novecenteschi della sovranit\u00e0 statuale su base nazionale. In questo quadro, l\u2019euro, la prima moneta senza Stato, appariva come il progetto pi\u00f9 ardito e paradigmatico dell\u2019Europa come potenza post-statuale.<\/p>\n<p>L\u2019esplosione della crisi globale nel 2008 segna il brusco risveglio da queste illusioni. Dappertutto l\u2019uscita dal collasso finanziario avviene per effetto dell\u2019azione decisiva degli Stati sovrani e delle loro banche centrali, attraverso le quali si esercita uno degli elementi fondanti della sovranit\u00e0, il controllo della moneta. Laddove questo non avviene per effetto dei caratteri peculiari e \u2018post-moderni\u2019 della costruzione europea, ovvero nell\u2019area dell\u2019euro, l\u2019esplosione della bolla finanziaria si trasforma in una lunga recessione di cui ancora oggi non si vede la fine. La crisi globale si trasforma nel giro di pochi anni in una crisi dell\u2019euro. Altro che modello post-sovrano da offrire al resto del mondo come esempio virtuoso di adattamento alla globalizzazione: al primo vero appuntamento con la storia, ossia con la necessit\u00e0 di una decisione politica in senso alto, il modello di integrazione dell\u2019Unione Europea, sviluppato dopo la cesura del 1989 a partire dal Trattato di Maastricht, rivela tutta la sua fragilit\u00e0 e impotenza. Inizia a essere evidente (almeno per chi vuol vedere la realt\u00e0 delle cose libero dal condizionamento dei corposi interessi che sostengono il mainstream ideologico) in quale pasticcio ci sia cacciati avendo imbrigliato e disarmato gli Stati nazionali senza costruire una sovranit\u00e0 politica a livello di eurozona.<\/p>\n<p>L\u2019esperienza di questi anni ci dice che, in realt\u00e0, il tramonto della statualit\u00e0, di cui si \u00e8 parlato e scritto per un trentennio sotto l\u2019interessato impulso dell\u2019egemonia culturale liberista e globalista (e sarebbe forse il caso di riflettere sulle neppure troppo nascoste affinit\u00e0 elettive tra questi due indirizzi), si riduce sul piano storico concreto a una ben pi\u00f9 determinata crisi degli Stati nazionali europei, in particolare di quelli che si sono vincolati al progetto dell\u2019euro. Una crisi che deriva da una drastica auto-limitazione delle prerogative sovrane, a partire da quelle decisive della moneta e del bilancio, con tutte con le conseguenze che ci\u00f2 ha prodotto in termini di svuotamento della decisione democratica.<\/p>\n<p>Qualsiasi discorso sulle difficolt\u00e0 e sulle trasformazioni della rappresentanza che non tenga conto di questa strutturale limitazione dei poteri di decisione della sovranit\u00e0 popolare nella costruzione europea rischia di non afferrare l\u2019essenziale. In una delle precedenti relazioni, Carlo Galli ha opportunamente sottolineato il legame costitutivo fra funzione dei partiti politici e forma statuale. La democrazia dei moderni non pu\u00f2 che fondarsi sulla logica di funzionamento della politica moderna. Lo hanno spiegato in formule rimaste celebri i classici della riflessione giuridica e sociologica sulla Stato moderno: lo ha fatto Jellinek affermando che il concetto stesso di \u2018politico\u2019 presuppone il concetto di \u2018statuale\u2019, lo ha ribadito Weber definendo il fine specifico di ogni agire propriamente politico come diretto a concorrere alla direzione di uno Stato. I partiti politici nascono e si sviluppano entro questo orizzonte storico e teorico. \u00c8 impensabile che possano esistere partiti vitali in uno Stato dimidiato, svuotato di una parte essenziale della sua sovranit\u00e0 decidente.<\/p>\n<p>La parabola della cosiddetta Seconda Repubblica italiana \u00e8 da questo punto di vista esemplare. L\u2019adesione al Trattato di Maastricht e al percorso verso la moneta unica, con i vincoli finanziari stringenti che essa determina, \u00e8 uno dei fattori decisivi che accelera la decomposizione del vecchio sistema partitico. L\u2019ingegneria elettorale e istituzionale prende il posto di un ripensamento in termini sociali e culturali della funzione dei partiti. In assenza di ci\u00f2, si apre la via a una presidenzializzazione di fatto del sistema politico, in maniera esplicita a livello locale con l\u2019elezione diretta dei sindaci e dei governatori regionali, in maniera surrettizia a livello nazionale con la finzione dell\u2019elezione diretta del premier e il meccanismo tutto italiano del maggioritario di coalizione, che svilisce autonomia e soggettivit\u00e0 dei partiti politici costringendoli dentro aggregazioni elettoralistiche costruite al solo fine di aggiudicarsi il premio di maggioranza. Si comprime la capacit\u00e0 di rappresentanza reale del pluralismo politico a favore della concentrazione e della personalizzazione del potere in capo al sindaco, al governatore, al premier, dentro un assetto istituzionale sprovvisto a tutti i livelli dei contrappesi e della tutela del ruolo delle assemblee elettive propri di un vero sistema presidenziale. La spinta alla concentrazione e alla personalizzazione del potere si configura come una sorta di reazione compensativa rispetto allo svuotamento in termini reali del potere democratico.<\/p>\n<p>In Italia \u00e8 piuttosto evidente il rischio di accentuare questa deriva con le attuali riforme proposte in campo istituzionale ed elettorale. Allo stesso tempo, non affiora nessuna consapevolezza che la cosiddetta crisi della rappresentanza abbia radici pi\u00f9 profonde della semplice usura o presunta inadeguatezza di alcuni meccanismi istituzionali. Mario Dogliani ha richiamato la perdita di prestigio e di credibilit\u00e0 delle istituzioni parlamentari. Sar\u00e0 senz\u2019altro giusto riformare il bicameralismo italiano e semplificare il procedimento legislativo, ma c\u2019\u00e8 davvero qualcuno disposto a credere che il discredito del Parlamento dipenda dal fatto che le leggi debbano essere approvate in doppia lettura dalla Camera e dal Senato, e non piuttosto dalla percezione diventata senso comune che il Parlamento non \u00e8 pi\u00f9 in larga parte il luogo di espressione della sovranit\u00e0 popolare, in quanto lo Stato democratico \u00e8 stato svuotato di una quota essenziale dei suoi poteri a favore di organi tecnocratici nazionali e sovranazionali? Giusto allora razionalizzare il bicameralismo, rimettere in ordine il Titolo V, approvare una legge elettorale che ricostruisca un equilibrio decente tra rappresentanza e governabilit\u00e0. Confesso per\u00f2 il mio radicale scetticismo sulla possibilit\u00e0 che anche una buona ingegneria costituzionale possa incidere sullo svuotamento sostanziale della sovranit\u00e0 democratica e sugli effetti che esso produce nel rapporto tra rappresentanti e rappresentati.<\/p>\n<p>Se vogliamo davvero affrontare il tema della rappresentanza e farlo dal punto di vista di una sinistra che voglia rimettere radici autonome nella societ\u00e0, dobbiamo riconoscere il bivio fondamentale di fronte al quale ci troviamo. Esso \u00e8 posto dalla domanda su come si scardina l\u2019attuale assetto europeo, della cui insostenibilit\u00e0 occorre ormai prendere atto sotto due profili essenziali. Da un lato, sul piano politico, una democrazia svuotata e de-sovranizzata, la quale come reazione tende a produrre contraccolpi anti-europeisti sempre pi\u00f9 forti, ormai difficili da contenere e liquidare con la categoria onnicomprensiva di populismo. Dall\u2019altro, sul piano economico-sociale, la recessione, l\u2019impoverimento e la disoccupazione crescente in una buona parte dell\u2019eurozona.<\/p>\n<p>La strategia prevalente del ceto dirigente tedesco di fronte alla crisi dell\u2019euro e del suo assetto politico-istituzionale \u00e8 ormai piuttosto chiara. Gekaufte Zeit, tempo comprato, secondo l\u2019espressione adoperata nel magistrale lavoro di Wolfgang Streeck sugli affanni del capitalismo finanziario e sull\u2019insostenibilit\u00e0 dell\u2019euro. L\u2019apertura dei governo tedesco e della BCE all\u2019austerit\u00e0 flessibilit\u00e0 va esattamente in questa direzione, senza prefigurare alcun passo in avanti sostanziale verso la costruzione di una sovranit\u00e0 democratica condivisa dell\u2019eurozona. Nonostante i chiari segnali sull\u2019insostenibilit\u00e0 dell\u2019attuale assetto emersi in diversi Paesi europei nelle elezioni europee del maggio 2014, la nuova legislatura europea \u00e8 cominciata come se fossimo in una situazione quasi ordinaria, che necessiti al pi\u00f9 di una lieve aggiustamento degli indirizzi di politica economica e non di una radicale messa in discussione dell\u2019assetto istituzionale dell\u2019Unione Europea. La sinistra europea sembra accontentarsi di generici impegni a favore di una \u2018flessibilizzazione\u2019 dell\u2019austerit\u00e0, peraltro inevitabile dato la situazione di stagnazione e incipiente deflazione nell\u2019eurozona, e di altrettanto generici richiami al ritorno del metodo comunitario e a un ruolo pi\u00f9 forte del Parlamento europeo.<\/p>\n<p>Pu\u00f2 sembrare una posizione spiazzante o urticante rispetto al \u2018politicamente corretto\u2019 degli ultimi decenni, ma nell\u2019attuale congiuntura europea il nodo non affatto \u00e8 costituito dal ruolo di un Parlamento o di una Commissione in cui siedono i rappresentanti di dieci paesi che non partecipano al progetto della moneta comune e che allo stato non mostrano alcuna intenzione di aderirvi. La questione cruciale \u00e8 quella dell\u2019eurozona e della sua trasformazione o meno nell\u2019embrione di una statualit\u00e0 federale, l\u2019unica condizione che forse potrebbe consentire la sopravvivenza della moneta unica.<\/p>\n<p>Preterossi ha richiamato le tesi di Rosanvallon sulla \u00abcontrodemocrazia\u00bb per indicare la necessit\u00e0 di pensare nuove soggettivit\u00e0 politiche dal basso, ricollegandosi alle osservazioni di Reichlin. \u00c8 effettivamente una tema essenziale per la sinistra del nuovo millennio: come ridare forma e protagonismo politica a una nuova umanit\u00e0 che si \u00e8 plasmata a contatto con la rivoluzione tecnologica, informatica e produttiva dell\u2019ultimo trentennio e che racchiude in s\u00e9, assieme a pi\u00f9 grandi diseguaglianze e impreviste forme di esclusione, anche nuove possibilit\u00e0 di azione, di accumulo, condivisione e trasmissione del sapere? La questione che pongo, tuttavia, \u00e8 se questa impresa sia possibile senza restituire a questa nuova umanit\u00e0, che conosce inedite ma perfino pi\u00f9 potenti forme di sfruttamento economico e di marginalizzazione politica, una leva per cambiare l\u2019assetto attuale. E questa leva pu\u00f2 non essere un potere in ultima istanza decidente, ossia una sovranit\u00e0 politica a base democratica? Si pu\u00f2 davvero pensare di trasformare la moltitudine dei movimenti dal basso in un nuovo popolo democratico se proprio il potere democratico, a differenza di quello finanziario, resta disarmato, privo di due attributi essenziali della sovranit\u00e0 quali la moneta e il bilancio?<\/p>\n<p>\u00c8 stato lo stesso Rosanvallon ad avanzare assieme a Piketty e ad altri intellettuali francesi, prima delle elezioni europee del 2014, la proposta di superare radicalmente l\u2019attuale assetto dell\u2019Unione Europea e di procedere sulla strada della costruzione di una Camera parlamentare, di un bilancio e di un governo politico-economico dell\u2019eurozona. Si tratterebbe di qualcosa di pi\u00f9 dell\u2019embrione di quella che si \u00e8 definita una statualit\u00e0 federale dei Paesi dell\u2019euro o, almeno, di un primo consistente nucleo all\u2019interno di essi. Un\u2019utopia? Probabilmente s\u00ec. Anzi, quasi certamente s\u00ec, se si osservano con lucidit\u00e0 e disincanto gli sviluppi politici reali, e non quelli desiderati, dopo le elezioni tedesche del 2013 e quelle europee del 2014. Ma con meno di questa utopia l\u2019attuale assetto europeo \u00e8 destinato a rivelarsi in modo sempre pi\u00f9 evidente non solo una fabbrica di disoccupazione e di insostenibili diseguaglianze sociali e territoriali, ma soprattutto un pericoloso dispositivo di espropriazione e sterilizzazione dei poteri democratici.<\/p>\n<p>Ci stiamo avvicinando al momento in cui bisogner\u00e0 uscire dall\u2019evocazione del \u2018dover essere\u2019 riguardo l\u2019Europa che vorremmo e guardare in faccia fino in fondo l\u2019Europa che c\u2019\u00e8. A meno di una svolta profonda e oggi del tutto improbabile nel corso politico europeo, la sinistra, se vorr\u00e0 ricostruire un rapporto con gli interessi dei ceti popolari, non potr\u00e0 sottrarsi al tema di una ri-nazionalizzazione di parte consistente delle politiche oggi trasferite a livello europeo, compresa la riappropriazione a livello statuale della sovranit\u00e0 monetaria e di bilancio. Se, come pare ormai evidente, nel fuoco dell\u2019attuale crisi la prospettiva di trasformare l\u2019unione monetaria in una vera unione politica federale diventer\u00e0 sempre pi\u00f9 velleitaria, una sinistra che non si ponesse il problema di una ricostruzione dei poteri di intervento e di azione dello Stato nazionale sarebbe davvero destinata a consegnare definitivamente non solo i ceti popolari (come gi\u00e0 in larga parte avvenuto), ma la bandiera stessa della sovranit\u00e0 popolare alla destra populista. D\u2019altra parte, se oggi la qualificazione di populista \u00e8 diventata l\u2019opposto di un certo europeismo edificante, fatto di buone intenzioni ma pure di una sostanziale difesa dell\u2019attuale assetto europeo (e, quindi, pi\u00f9 o meno consapevolmente, degli interessi finanziari che da esso ricevono protezione), allora forse \u00e8 giunto il tempo di un sano populismo non regressivo di ispirazione democratica, che faccia del rifiuto del paternalismo tecnocratico e della neutralizzazione della sovranit\u00e0 popolare il suo presupposto irrinunciabile. Senza di questo, nella concreta congiuntura storica in cui siamo, ogni discorso sulla rappresentanza e sulla costruzione di nuove forme di soggettivit\u00e0 politica oscilla nel vuoto, quell\u2019enorme vuoto di sovranit\u00e0 democratica e di decisione politica prodotto dalla forma attuale dell\u2019Europa e della sua moneta unica.<\/p>\n<p><strong>Contributo presentato al Convegno \u201cRipensare la cultura politica della Sinistra. Una riflessione sulle idee-forza: la ricostruzione dello Stato\u201d, Roma 26-27 giugno 2014.<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di Alfredo D&#8217;Attorre Deputato del Partito Democratico Membro della Commissione Affari Costituzionali Muover\u00f2 da una premessa non formale: il tema posto al centro del convegno, [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"footnotes":""},"categories":[30],"tags":[92,116,302],"topic":[9,10,367],"expert":[437],"class_list":["post-1412","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-opinions","tag-democrazia","tag-eurozona","tag-unione-europea","topic-eurozona","topic-unione-europea","topic-costituzione-e-democrazia","expert-alfredo-dattorre"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.3 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>L\u2019euro, la democrazia e la rappresentanza impossibile &#8211; 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