{"id":2400,"date":"2016-01-13T11:43:53","date_gmt":"2016-01-13T10:43:53","guid":{"rendered":"http:\/\/www.asimmetrie.org\/?p=2400"},"modified":"2022-04-12T08:29:12","modified_gmt":"2022-04-12T07:29:12","slug":"luciano-canfora-liberta-e-schiavitu","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/asimmetrie.org\/en\/interventi\/opinions\/luciano-canfora-liberta-e-schiavitu\/","title":{"rendered":"Libert\u00e0 e schiavit\u00f9"},"content":{"rendered":"<p><strong>Trascrizione della prolusione di Luciano Canfora \u201cLibert\u00e0 e schiavit\u00f9\u201d<\/strong>, tenutasi alla quarta edizione del convegno internazionale <a href=\"https:\/\/www.asimmetrie.org\/past-events\/euro-mercati-democrazia-2015\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><strong>\u201cEuro, mercati, democrazia: ripensare l&#8217;unione dell&#8217;Europa\u201d<\/strong><\/a> il&nbsp;14 novembre 2015 a Montesilvano (Pescara).<\/p>\n<p><strong>Libert\u00e0 e schiavit\u00f9<\/strong><\/p>\n<p>Grazie per questa occasione importante nella quale sono lieto di ritrovarmi, in un giorno non lieto, ma dolorosamente significativo.<\/p>\n<p>Temo che l&#8217;argomento suggerito sia un po&#8217; troppo accademico rispetto al carattere molto battagliero &#8211; giustamente battagliero &#8211; del convegno. Per\u00f2 forse una riflessione un po&#8217; fredda sulla tematica anche lessicale, oltre che storica, di questo binomio libert\u00e0-schiavit\u00f9 qualche rapporto con la vicenda della costruzione europea potrebbe averlo: e vediamo in quale delle due direzioni.<\/p>\n<p>Partirei da una riflessione lessicale, vale a dire l&#8217;uso improprio di questo termine latino &#8211; libert\u00e0, <em>libertas<\/em> &#8211; che \u00e8 stato assai largamente praticato.<\/p>\n<p>Faccio alcuni esempi, molto noti: gli estremisti bianchi del Sudafrica avevano dato vita alla met\u00e0 degli anni &#8217;90 a un movimento politico che si chiamava Fronte della libert\u00e0.<\/p>\n<p>E potremmo soggiungere che il movimento politico che contribu\u00ec fortemente ad abbattere il presidente Allende si chiamava Patria e libert\u00e0, un binomio tornato anche in altre formazioni politiche; quando la giunta dei generali traditori emise il primo comunicato alla radio &#8211; Allende si era appena suicidato &#8211; dichiar\u00f2 che le forze armate e i <em>carabineros<\/em> erano uniti nella missione storica di lottare per la libert\u00e0.<\/p>\n<p>Qualche anno prima &#8211; non molti anni prima &#8211; i colonnelli greci (che poi si autoproclamarono generali, dopo avere con l&#8217;aiuto della Cia preso il potere nella tormentata Grecia) diffusero un giornale che aveva un titolo sinistro: si chiamava <em>Eleftheros kosmos,<\/em> che vuol dire \u201cmondo libero\u201d.<\/p>\n<p>Dico un titolo sinistro perch\u00e9 &#8211; almeno nella mia giovinezza (non vicinissima nel tempo) &#8211; la dicotomia era tra Comunismo da una parte e mondo libero dall&#8217;altra. E il mondo libero comprendeva Francisco Franco, Pio XII e via dicendo&#8230; anche Salazar, fino a che non fu cacciato.<\/p>\n<p>Era dunque un uso strumentale di questa parola, nobilissima e violentata.<\/p>\n<p>Ma alle origini &#8211; diciamo cos\u00ec &#8211; dell&#8217;uso di questo termine, che nasce nel lessico politico romano, c&#8217;\u00e8 anche un elemento di sofferenza, di dialettica profonda, dal quale vorrei partire: <em>I paradossi degli stoici,<\/em> uno scritto di un signore remoto nel tempo, Marco Tullio Cicerone &#8211; che dello stoicismo non era un simpatizzante.<\/p>\n<p>Uno dei paradossi degli stoici, che lui prende garbatamente in giro, \u00e8 questo: \u201cSolo il saggio \u00e8 libero\u201d. Chiunque non sia saggio non \u00e8 libero (poi ci sono anche articolazioni minori, \u201csolo il saggio \u00e8 ricco\u201d, nel senso alto del termine).<\/p>\n<p>Perch\u00e9 questa formulazione \u00e8 dirompente o pu\u00f2 risultare tale?<\/p>\n<p>Perch\u00e9 nasce in una societ\u00e0, quella arcaica, fondata su una distinzione giuridica tra schiavit\u00f9 e libert\u00e0 sancita formalmente. \u00c8 stato detto, giustamente, che non c&#8217;\u00e8 articolazione del diritto romano che non sia dicotomica, nel caso che la norma riguardi un libero o nel caso riguardi uno schiavo. La dicotomia \u00e8 formalizzata. Si pu\u00f2 fuoriuscire dallo stato di schiavit\u00f9 comprando la libert\u00e0, ammesso che uno sia in grado di farlo; ma rispetto a una realt\u00e0 in cui la distinzione \u00e8 formalizzata, sostenere che solo il saggio \u00e8 libero significa infrangere il pilastro fondamentale di quella struttura sociale.<\/p>\n<p>Bisogna per\u00f2 anche rendersi conto del fatto che questo messaggio &#8211; cos\u00ec alto, se vogliamo &#8211; era anche destinato a una \u00e9lite molto ristretta, per cui non scalfiva se non marginalmente l&#8217;equilibrio sociale.<\/p>\n<p>Aggiungiamo anche una considerazione: che molti schiavi erano degli ex liberi, degli esseri umani che erano caduti nella condizione di schiavit\u00f9 a seguito di vicende, prigionia in guerra o altro. Quindi la memoria dello status di libert\u00e0 era ben presente in molti che erano nel vincolo della schiavit\u00f9: e dunque quel messaggio poteva anche essere percepito. Non mi addentro in un aspetto della questione che pure meriterebbe attenzione e cio\u00e8 il fatto che all&#8217;interno del mondo schiavile c&#8217;\u00e8 un&#8217;articolazione molto complicata: lo schiavo urbano, lo schiavo in miniera, lo schiavo che vive in casa, lo schiavo che diventa alter ego del padrone &#8211; Tirone rispetto a Cicerone, per fare un esempio celeberrimo.<\/p>\n<p>Quindi la ferita, diciamo cos\u00ec, all&#8217;equilibrio giuridico stabilito dall&#8217;istituto della schiavit\u00f9 rappresentata dal paradosso stoico \u00e8 una ferita che pu\u00f2 dare i suoi frutti e in un certo senso li diede.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 mi sono soffermato &#8211; magari troppo &#8211; su questo lato della questione? Perch\u00e9 la visione aristocratica della libert\u00e0 che \u00e8 insita in quella formulazione ritorna, potremmo dire, nel tempo e credo abbia avuto un momento di teorizzazione lucida, quasi spietata nella riflessione crociana; mi riferisco non soltanto all&#8217;intera riflessione politologica di Benedetto Croce, ma a un suo specifico scritto, che mi ha sempre molto colpito per il vigore polemico che contiene e per il momento in cui fu scritto.<\/p>\n<p>Si tratta di un breve scritto a carattere panflettistico che egli compose pochi mesi prima della caduta di Mussolini &#8211; e pubblic\u00f2 per\u00f2 un po&#8217; dopo &#8211; intitolato <em>Libert\u00e0 e giustizia.<\/em> Ed \u00e8 un pamphlet indirizzato esclusivamente, potremmo dire, contro un movimento politico a lui ben noto, non legale finch\u00e9 non cadde il regime fascista: Giustizia e libert\u00e0, composto di uomini che molto gli dovevano e cui egli, per ragioni intellettuali, era anche legato; e questo spiega anche la durezza della polemica.<\/p>\n<p>Polemica consistente nel dichiarare che la libert\u00e0 non \u00e8 come le noci, che si possono mettere insieme a due, a tre, a quattro: quindi libert\u00e0 <em>e<\/em> giustizia &#8211; o giustizia <em>e<\/em> libert\u00e0 &#8211; non hanno alcun rapporto, la libert\u00e0 \u00e8 inerente all&#8217;essere umano, \u00e8 il suo patrimonio interiore, quindi non pu\u00f2 essere conculcata e non pu\u00f2 essere data.<\/p>\n<p>Croce ironizza moltissimo sull&#8217;espressione \u201cdare la libert\u00e0\u201d. Il che \u00e8 curioso, se si pensa che egli scrive questo in mesi, in settimane in cui l&#8217;auspicio di dare la libert\u00e0 a quella parte d&#8217;Europa che era sotto il controllo pesante, oppressivo e feroce dell&#8217;Asse non era un auspicio filosofico, alternativo ad altre ipotesi filosofiche, era un problema politico bruciante. E questo certamente rende disumana quella riflessione, questa idea aristocratica per cui nel tabernacolo interiore della coscienza vive la verit\u00e0, intangibile, in ogni essere umano. Egli aggiunge anche che coloro i quali pensarono di toglierla, questa libert\u00e0, e addirittura spensero &#8211; lui dice &#8211; alcuni uomini che di essa erano di per s\u00e9 portatori, di fatto fisicamente li eliminarono, ma non estinsero il principio secondo cui ogni essere umano detiene &#8211; senza possibilit\u00e0 di perdite &#8211; la libert\u00e0.<\/p>\n<p>Egli pensava certamente alle vittime del libero pensiero, al rogo di Giordano Bruno. \u00c8 un peccato per\u00f2 che non pensasse anche a un uomo che era stato spento, non all&#8217;inizio del diciassettesimo secolo, ma molto pi\u00f9 vicino a lui nel tempo; penso a Giacomo Matteotti, la cui uccisione non indusse per\u00f2 il senatore Croce, nell&#8217;occasione della fiducia al governo Mussolini, a togliere questa fiducia, convinto come egli era ancora che il fascismo fosse una temporanea increspatura del reale, necessaria per fermare la rivoluzione comunista, e che poi avrebbe lasciato il passo a un ritorno alla normalit\u00e0 liberale.<\/p>\n<p>In alternativa a questa visione aristocratica io credo si debba porre in rilievo una riflessione coeva, che per\u00f2 si produce non in uno studio, ma in un carcere. Mi riferisco a una lettera di un uomo che si \u00e8 visto togliere la libert\u00e0 e che per\u00f2 \u00e8 riuscito a scrivere pagine alle quali ancora oggi ci rivolgiamo.<\/p>\n<p>Mi riferisco a una lettera dal carcere di Antonio Gramsci del marzo del &#8217;33, una celeberrima lettera, che contiene la metafora del naufrago. Nella lettera, che egli scrive alla cognata Tatiana Schucht, il naufrago, prima di essere tale, ove gli si chiedesse se in situazione estrema l&#8217;ipotesi del cannibalismo gli appaia possibile, risponderebbe di no: riterrebbe inconcepibile di adottare una prassi come quella del cannibale. E nondimeno, se naufrago davvero e isolato e disperato e alla fine incapace di altre vie d&#8217;uscita, probabilmente arriverebbe a questo punto estremo &#8211; cosa che nella storia in realt\u00e0 \u00e8 accaduta, vorrei ricordare l&#8217;assedio di Atene durato mesi e mesi nel 404 a.C., che port\u00f2 alla disperazione e a questi eccessi i poveri ateniesi senza pane.<\/p>\n<p>Gramsci dice di se stesso: questa metafora ti spiega ci\u00f2 che sta succedendo in me, una modifica molecolare, una mutazione molecolare lenta, inarrestabile di cui per fortuna continuo ad avere la consapevolezza; il mio essere &#8211; dice &#8211; si \u00e8 sdoppiato in due individui, di cui l&#8217;uno osserva le modificazioni che si stanno producendo nell&#8217;altro, finch\u00e9 arriver\u00e0 un momento in cui l&#8217;uno divorer\u00e0 l&#8217;altro; questo momento non \u00e8 ancora giunto.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 mi pare che questa riflessione tragica di Gramsci sia pertinente alla questione su che cosa sia propriamente la libert\u00e0? Perch\u00e9 pone l&#8217;accento su un aspetto materiale, corposo: che cio\u00e8 la situazione concreta di un essere umano, lungi dall&#8217;essere lontana, remota dalla difesa del tabernacolo contenente la libert\u00e0, \u00e8 il terreno fondamentale sul quale si gioca la conservazione, la difesa o la perdita della libert\u00e0.<\/p>\n<p>A questa riflessione credo sia giusto accostare un&#8217;altra pagina molto significativa e tutt&#8217;altro che ottimistica di Giacomo Leopardi, il quale in un momento di riflessione affidato allo Zibaldone riflette sul nesso inscindibile tra libert\u00e0 e schiavit\u00f9. Nesso ineludibile.<\/p>\n<p>Egli dice di trovare spunto in questa riflessione in alcune pagine di Linguet, illuminista anomalo di met\u00e0 Settecento, e in alcune frasi di Rousseau. In realt\u00e0 n\u00e9 l&#8217;uno n\u00e9 l&#8217;altro dicono ci\u00f2 che egli ha cavato da quello spunto. Leggo soltanto qualche riga della sua riflessione: \u201cCredo di avere cavato questa idea da alcune righe del Contratto sociale&#8230; deduco che la abolizione della libert\u00e0 \u00e8 derivata dall&#8217;abolizione della schiavit\u00f9 e che se non vi sono popoli liberi questo accade perch\u00e9 non vi sono pi\u00f9 schiavi\u201d.<\/p>\n<p>Che cosa significa questa riflessione sull&#8217;inscindibile rapporto tra libert\u00e0 e schiavit\u00f9? \u00c8 nata evidentemente dalla esperienza del mondo antico, del quale Leopardi \u00e8 profondo conoscitore: e cio\u00e8 il fatto che la libert\u00e0 di coloro che detengono questo prezioso bene, dal punto di vista dello status giuridico e sociale, in tanto sussiste in quanto c&#8217;\u00e8 un mondo dipendente, un mondo subalterno. Il mondo, appunto, degli schiavi.<\/p>\n<p>Ci sono modi di vedere questo rapporto, questo nesso inscindibile diversi da quello leopardiano &#8211; che \u00e8 tutt&#8217;altro che euforico &#8211; e mi riferisco alla riflessione nietzschiana, secondo cui per fortuna nel mondo antico esisteva la schiavit\u00f9, perch\u00e9 questo fu la base del miracolo greco: che \u00e8 una visione profondamente punitiva rispetto alla natura umana.<\/p>\n<p>E allora, prima di procedere, mi concederete qualche minuto sul tema specifico: quello della realt\u00e0 concreta della schiavit\u00f9 nel mondo antico.<\/p>\n<p>Quanti erano?<\/p>\n<p>Abbiamo idee vaghe sull&#8217;entit\u00e0 del fenomeno, abbiamo vedute opposte: Aristotele ritiene che la schiavit\u00f9 sia un dato di natura; la grande corrente di pensiero sofistica ritiene il contrario, che cio\u00e8 la natura umana sia una sola e che tutto il resto sia convenzionale.<\/p>\n<p>Ma quali sono le cifre, l&#8217;entit\u00e0 concreta di questo fenomeno? Ci sono spezzoni di informazione, frammenti. Anche perch\u00e9 di quel mondo si parla indirettamente. Come dicevo all&#8217;inizio la monumentale costruzione del diritto romano ha sempre d&#8217;occhio la duplice realt\u00e0, lo status del libero e lo status dello schiavo, per\u00f2 le cifre sono rarissime, di tutto il mondo greco abbiamo solo un censimento, riguardante Atene; abbiamo delle notizie riguardanti un&#8217;isola, l&#8217;isola di Chio, che era celebre per la massa enorme di schiavi. Tutto questo lo abbiamo grazie a un libro curioso, scritto da un erudito egiziano piuttosto stravagante, Ateneo di Naucrati, nato a Naucrati, appunto, al tempo dei Severi, quindi a cavallo tra il secondo e il terzo secolo dopo Cristo. Ateneo dedica un intero libro alla schiavit\u00f9. \u00c8 in un&#8217;opera onnivora, <em>I sofisti a banchetto,<\/em> in cui c&#8217;\u00e8 di tutto, dalla gastronomia alla commedia alla curiosit\u00e0 storica; ma c&#8217;\u00e8 un libro intero, il sesto, dedicato alla schiavit\u00f9.<\/p>\n<p>Per noi \u00e8 prezioso perch\u00e9 contiene i numeri, le cifre; ma il fenomeno curioso e interessante \u00e8 che gli studiosi moderni si sono schierati in modo opposto rispetto a quei dati a seconda dei loro presupposti mentali. Curioso, questo fatto. Prendere a calci le fonti non \u00e8 una procedura razionale, per\u00f2 discende da un pregiudizio: se una veduta nobilitante, a base umanistica, ritiene che quello sia il mondo dei valori durevoli, l&#8217;ingombro della schiavit\u00f9 \u00e8 disturbante. Allora pu\u00f2 essere interessante ridimensionarne la portata.<\/p>\n<p>Quindi si \u00e8 scatenata nel corso del tempo una discussione se credere a quello che dice il buon Ateneo. Ateneo aveva delle ottime fonti e su questo non mi fermer\u00f2. Dir\u00f2 semplicemente che nel &#8216;900, soprattutto dalla rivoluzione russa in avanti e poi nel secondo dopoguerra, la storiografia su quel mondo si \u00e8 separata in modo netto, politicamente esplicito; e nella Germania occidentale (quando esistevano due Germanie) un&#8217;intera scuola di carattere filosofico e storiografico al tempo stesso, a Magonza, ha instaurato una riflessione raccolta sotto la formula <em>Sklaverei und Humanit\u00e4t:<\/em> la schiavit\u00f9 c&#8217;\u00e8 nel mondo antico, \u00e8 innegabile, ma \u00e8 colorita di <em>humanitas.<\/em><\/p>\n<p>A tal fine si possono citare strumentalmente delle fonti, e soprattutto si mette in dubbio che l&#8217;entit\u00e0 numerica, la massa schiavile fosse quella che le fonti ci attestano.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 questo? Evidentemente perch\u00e9 la schiavit\u00f9 \u00e8 disturbante, il fatto che un essere umano dipende da un altro essere umano, che \u00e8 alla merc\u00e9 di esso intacca ogni costruzione idealizzante, questo \u00e8 ovvio.<\/p>\n<p>Nel pensiero sofistico &#8211; malvisto &#8211; c&#8217;\u00e8 la pi\u00f9 importante conquista intellettuale del mondo antico e cio\u00e8 la concezione unitaria dell&#8217;essere umano: l&#8217;essere umano, indipendentemente dalla condizione in cui si trova \u00e8 l&#8217;incarnazione di \u03c6\u03cd\u03c3\u03b9\u03c2 (natura), tutto il resto \u00e8 convenzione. Di l\u00ec si possono cavare deduzioni di tipo opposto, naturalmente, ma \u00e8 una scoperta rivoluzionaria, alla quale in parte si oppone la scienza medica, ippocratica in particolare, ponendo l&#8217;accento sul fatto che anche la natura \u00e8 un prodotto storico, quindi la dieta&#8230; perch\u00e9 i greci hanno vinto sui persiani, pur essendo pochissimi rispetto a una massa sterminata? Perch\u00e9 sono superiori, perch\u00e9 hanno costruito una loro identit\u00e0 fisica, biologica che li ha messi in condizioni di prevalere.<\/p>\n<p>L&#8217;Asia \u00e8 schiava, come tale, perch\u00e9 c&#8217;\u00e8 il re di Persia, unico tiranno, despota su di una immensa massa, abbruttita, inferiore: questa inferiorit\u00e0 discende, dicono i medici ippocratici &#8211; in particolare il famoso trattato <em>Sulle arie, sulle acque, e sui luoghi<\/em> &#8211; dalla dieta, dal tirocinio, dal modo di gestire il proprio corpo, la propria alimentazione.<\/p>\n<p>Questo razzismo \u201csoft\u201d, come \u00e8 stato definito da Claude Calame, \u00e8 l&#8217;antidoto, potremmo dire, nel pensiero scientifico medico greco alla scoperta sofistica dell&#8217;unit\u00e0 del genere umano.<\/p>\n<p>Come si cade in schiavit\u00f9?<\/p>\n<p>Ovviamente il primo strumento \u00e8 la guerra.<\/p>\n<p>Uno dei primi testi, forse il primo in ordine di tempo sopravvissuto di quel mondo cos\u00ec lontano &#8211; un tempo era anche una lettura scolastica, probabilmente non lo \u00e8 pi\u00f9 &#8211; \u00e8 l&#8217;Iliade<em>,<\/em> poema feroce, che si apre con la rissa tra due esseri violenti per il possesso di una schiava. Non \u00e8 nobilissimo come esordio quello dell&#8217;Iliade, ma la schiavit\u00f9 \u00e8 il prodotto diretto della guerra, la guerra serve &#8211; ma questo ancora secoli dopo &#8211; per procurarsi schiavi e oro.<\/p>\n<p>Quando Traiano conquista la Dacia, l&#8217;attuale Romania, porta, secondo fonti molto ben informate, masse sterminate di schiavi e carri e carri e carri pieni di oro delle miniere. Questo \u00e8 il veicolo della forza, della potenza.<\/p>\n<p>L&#8217;altra via alla schiavit\u00f9 sono i debiti: si cade in schiavit\u00f9 per debiti.<\/p>\n<p>Questo nella realt\u00e0 arcaica del mondo greco per noi \u00e8 documentato bene dalle notizie &#8211; moltissime, numerosissime &#8211; che abbiamo su un personaggio molto controverso e molto interessante, che \u00e8 Solone, un signore al quale molto dobbiamo dal punto di vista della riflessione anche direttamente politologica; l&#8217;operazione che Solone instaura si chiam\u00f2 &#8220;scuotimento dei pesi&#8221; (\u03c3\u03b5\u03b9\u03c3\u03ac\u03c7\u03b8\u03b5\u03b9\u03b1 &#8211; \u03c3\u03b5\u03af\u03c9 vuol dire scuotere), cio\u00e8 dei debiti.<\/p>\n<p>\u00c8 stato detto, ed \u00e8 un&#8217;osservazione giusta, che quel passaggio storico epocale &#8211; non si pu\u00f2 cadere in schiavit\u00f9 per debiti &#8211; che Solone instaura ha anche stabilito un baratro nettissimo, invalicabile tra la condizione di libero e la condizione di schiavo. E questo \u00e8 tipico del mondo ateniese, dove il recupero della libert\u00e0 \u00e8 affidato a condizioni eccezionali: si pu\u00f2 accumulare un peculio e con questo peculio comprarsi la libert\u00e0, ma non si diventa cittadini, diversamente che nel diritto romano, per cui l&#8217;ex schiavo che si compra la libert\u00e0 diventa cittadino e addirittura viene iscritto in una delle due trib\u00f9 urbane.<\/p>\n<p>Il taglio dei debiti non fu semplicemente risolto dall&#8217;operazione soloniana &#8211; che \u00e8 stata anche un tantino appannata nelle fonti, perch\u00e9 gli avversari di Solone fecero sapere che lui aveva informato in anticipo i suoi amici e quindi essi si attrezzarono per evitare di perdere ci\u00f2 che in forma di crediti avevano impegnato (per\u00f2 noi siamo per Solone, almeno per la statura che ha conquistato storicamente nel tempo) &#8211; ma il problema rimane aperto, per cui una delle rivendicazioni costanti dei movimenti popolari \u00e8 il taglio dei debiti. Perch\u00e9 noi ne abbiamo notizia intermittente? Intanto perch\u00e9 abbiamo notizia in maniera continuativa soprattutto di un mondo egemonico, Atene, capofila di un impero che sfrutta gli alleati, li spreme, quindi il popolo di Atene \u00e8, come dice Tocqueville, un&#8217;aristocrazia allargata, che si giova delle ricchezze che cava dagli alleati diventati sudditi.<\/p>\n<p>Ma quando l&#8217;impero finisce, la situazione cambia e il problema dei debiti ritorna. Nel quarto secolo abbiamo un documento importantissimo, anche se forse poco studiato scolasticamente, che \u00e8 il Trattato di Corinto, un trattato imposto da Filippo di Macedonia nel 336 a.C., dopo avere Filippo sconfitto una coalizione panellenica piuttosto temibile, nella celebre battaglia di Cheronea. Il Trattato di Corinto lo conosciamo da varie fonti, una delle quali \u00e8 un&#8217;orazione Attica.<\/p>\n<p>Che cosa vieta il Trattato di Corinto?<\/p>\n<p>Vieta che si proceda a confische di patrimoni: le confische di patrimoni possono essere un pericolo se per caso i benestanti si sottraggono a certi obblighi verso la citt\u00e0, le famose liturgie. Vieta la divisione delle terre: il latifondo, dove esiste, non pu\u00f2 essere intaccato con norme legislative che lo limitino. Vieta la remissione dei debiti: se qualcuno proporr\u00e0, per sanare &#8211; in certo senso &#8211; l&#8217;inquietudine sociale di azzerare il debito &#8211; un concetto che ci \u00e8 un tantino familiare, tutto sommato, nei tempi nostri &#8211; questo \u00e8 vietato esplicitamente dal trattato di Corinto, nel 336 a.C.<\/p>\n<p>\u00c8 vietato l&#8217;affrancamento in massa di schiavi &#8220;per fini eversivi&#8221; (\u1f10\u03c0\u1f76 \u03bd\u03b5\u03c9\u03c4\u03b5\u03c1\u03b9\u03c3\u03bc\u1ff7); perch\u00e9 l&#8217;affrancamento individuale \u00e8 legittimo, l&#8217;abbiamo appena detto, il singolo pu\u00f2 conquistarlo &#8211; non certo il minatore del Laurion che muore a trent&#8217;anni, perch\u00e9 non ha una speranza di vita pi\u00f9 lunga &#8211; ma lo schiavo che sta in casa, lo schiavo agricolo pu\u00f2 avere questa possibilit\u00e0, individualmente preso; iniziative di affrancamento in massa sono vietate. Successe proprio a ridosso di Cheronea un episodio di questo genere, ma non \u00e8 il caso di dirlo.<\/p>\n<p>E soprattutto il trattato vieta la fuoriuscita dal trattato: 336 a.C.<\/p>\n<p>In realt\u00e0 il tema \u00e8 sentito in modo profondo: intanto un criminale di genio come era Filippo II di Macedonia ha stabilito queste norme a tutela dei ceti dirigenti, che sono filomacedoni, in quanto il problema esiste ed \u00e8 sentito, \u00e8 percepito, altrimenti non si farebbe una normativa internazionale, sottoscritta da tutti i contraenti.<\/p>\n<p>Tanto sentito che nel prosieguo di tempo &#8211; mi riferisco ancora una volta al mondo ellenistico parlante greco o comunque di cultura greca dopo Alessandro &#8211; anche una religione di salvezza introduce il tema dei debiti, l&#8217;unica preghiera cristiana attestata nei Vangeli (in due forme, ma quella pi\u00f9 chiara \u00e8 in Matteo): \u1f04\u03c6\u03b5\u03c2 \u03c4\u1f70 \u1f40\u03c6\u03b5\u03b9\u03bb\u03ae\u03bc\u03b1\u03c4\u03b1, che non vuol dire \u201crimetti i peccati\u201d, ma \u201crimetti i debiti\u201d, debiti nel senso materiale del termine.<\/p>\n<p>Ora, a questo punto io, che ho tediato voialtri con queste malinconie remote nel tempo, vorrei fare un piccolo salto, un pochino spericolato: \u00e8 convinzione consolidata, ma credo ormai fortemente in crisi, che la struttura sociale che comporta la schiavit\u00f9 sia un fossile, un relitto o comunque un oggetto di studio di chi si occupa del mondo arcaico; in questo senso c&#8217;\u00e8 un testo famosissimo al quale ho pensato di rifarmi brevissimamente prima di procedere.<\/p>\n<p>Un testo famoso, che oser\u00f2 citare pur sapendo di dire l&#8217;ovvio: i primi righi del Manifesto dei comunisti, di Marx. \u201cLa storia di ogni societ\u00e0 sinora esistita (poi Engels in una riedizione corresse in \u201cfinora documentata\u201d) \u00e8 storia di lotta di classi: liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri di corporazioni e garzoni, in breve oppressi e oppressori sono sempre stati in conflitto tra loro &#8211; il che \u00e8 verissimo &#8211; hanno sostenuto una lotta incessante, a volte occulta a volte palese, una lotta che sempre si \u00e8 conclusa o con una trasformazione dell&#8217;intera societ\u00e0 o con la comune rovina delle classi in lotta\u201d. La seconda parte di questa frase \u00e8 spesso dimenticata, ma invece credo che il tempo nostro ci aiuti a considerare che \u00e8 una eventualit\u00e0 non inverosimile, questa seconda.<\/p>\n<p>Subito dopo, nel capoverso seguente, c&#8217;\u00e8 per\u00f2 un ritocco, potremmo dire, storiograficamente pi\u00f9 apprezzabile: \u201cNelle prime epoche della storia troviamo quasi ovunque una completa articolazione della societ\u00e0 in ordini (st\u00e4nde), varia e minuta gradazione delle posizioni sociali. Nell&#8217;antica Roma troviamo patrizi, cavalieri, plebei, schiavi&#8230;\u201d eccetera.<\/p>\n<p>Questa celebre pagina \u00e8 curiosa, nel senso che &#8211; parliamo di un gigante, di un personaggio molto polemico e intollerante, ma di straordinaria vivacit\u00e0 e cultura &#8211; ma in questa pagina il mondo antico \u00e8 visto in scorcio e in maniera non del tutto fondata; per esempio parlare di patrizi e plebei \u00e8 buffo, perch\u00e9 esiste la <em>nobilitas<\/em> plebea, che fa parte della <em>nobilitas<\/em> dopo le leggi Licinie Sestie. Ma \u00e8 chiaro che \u00e8 un riferimento alla situazione arcaica di partenza. Liberi e schiavi sono l&#8217;inizio dei conflitti, quindi, \u00e8 una dicotomia che appartiene a un passato remotissimo.<\/p>\n<p>Non \u00e8 cos\u00ec.<\/p>\n<p>\u00c8 curioso, perch\u00e9 lo stesso Marx poi da giornalista attivo per alcuni giornali &#8211; anche per ragioni esistenziali, di farsi pagare i pezzi che scriveva &#8211; \u00e8 stato cronista acuto della guerra di secessione americana, cio\u00e8 di una guerra che ha per oggetto principale la questione della schiavit\u00f9; e siamo intorno al 1860 e seguenti, i primi segni sono nel &#8217;61-&#8217;62. L&#8217;unica guerra che gli Stati Uniti hanno combattuto sulla propria pelle, in casa loro, \u00e8 quella, ed \u00e8 stata sanguinosissima, tremenda (magari oggi sarebbe anche utile ripercorrerne il cammino).<\/p>\n<p>Rispetto allo schema tutto eurocentrico del primo capitolo del Manifesto c&#8217;\u00e8 poi il resto del mondo.<\/p>\n<p>La storia di che cosa \u00e8 accaduto all&#8217;istituto della schiavit\u00f9 in epoche ben pi\u00f9 vicine a noi \u00e8 una storia che \u00e8 stata variamente tentata e scritta, sia pure per capitoli, ma che ha alcune tappe fondamentali, che \u00e8 giusto ricordare. Tralascio la tratta, che \u00e8 stata ampiamente studiata. Eugene Genovese ha scritto tantissimo in proposito.<\/p>\n<p>Da ultimo \u00e8 uscito un libro piuttosto bello, pubblicato da Laterza: <em>Controstoria del liberalismo, <\/em>di uno studioso italiano molto pugnace, Domenico Losurdo, in cui si pone in rilievo come figure eminenti del liberalismo europeo, come John Locke, hanno avuto a che fare con il mercato degli schiavi, con la tratta degli schiavi, trattandosi di esseri umani di seconda classe, neri.<\/p>\n<p>Come diceva uno storico romano mediocre, Anneo Floro &#8211; che forse era un discendente di Seneca, il quale Seneca per\u00f2 aveva teorizzato l&#8217;unit\u00e0 del genere umano. Invece Anneo Floro quando parla della rivolta di Spartaco dice che non sa come definirla, perch\u00e9 in questa guerra il <em>secundum humanum genus,<\/em> ossia gli esseri umani di secondo rango, gli schiavi, hanno osato combattere ad armi pari con gli eserciti romani, cio\u00e8 con gli esseri umani di prima classe, di primo rango. Erano considerati tali: e quindi anche un filosofo liberale, al quale ogni tanto si guarda con gli occhi umidi, ha fatto i suoi affari con questo tipo di commercio; e qui siamo in tempi a noi piuttosto vicini.<\/p>\n<p>L&#8217;episodio al quale mi pare giusto richiamarmi, in questo tentativo molto sommario di riflettere sulla vitalit\u00e0 della schiavit\u00f9 &#8211; in omaggio al pensiero leopardiano che libert\u00e0 e schiavit\u00f9 vanno sempre insieme &#8211; \u00e8 l&#8217;abrogazione della schiavit\u00f9 da parte della Convenzione nazionale, il 16 piovoso dell&#8217;anno secondo della Repubblica, cio\u00e8 nel febbraio del 1794, che \u00e8 un momento celeberrimo, varie volte raccontato.<\/p>\n<p>Istruttivo, forse, per il dibattito che si svolse alla Convenzione, ampiamente documentato negli atti parlamentari: due deputati eletti ad Haiti &#8211; Haiti, Guadalupa, Martinica sono le colonie dove c&#8217;\u00e8 la schiavit\u00f9 delle piantagioni, che la Repubblica francese, nata nel settembre del &#8217;92, non ha ancora notato, come fenomeno; ma questi due sono l\u00ec e fanno notare che esiste questo problema. Il deputato Delacroix dice che \u00e8 indecente che si continui a tenere ancora in piedi, dopo avere affermato i diritti dell&#8217;uomo, nelle nostre colonie &#8211; che sono parte del territorio della Repubblica &#8211; l&#8217;istituto della schiavit\u00f9, e porta argomenti irresistibili, naturalmente.<\/p>\n<p>Succede per\u00f2 un fenomeno curioso, cio\u00e8 che altri convenzionali sollevano un&#8217;obiezione: non possiamo varare una norma che dica \u201cla schiavit\u00f9 \u00e8 abrogata\u201d, perch\u00e9 macchiamo, noi infanghiamo la nostra assemblea usando la parola schiavit\u00f9, visto che \u00e8 implicito nei diritti dell&#8217;uomo, che abbiamo affermato, che la schiavit\u00f9 \u00e8 una istituzione da abrogare. Si alza allora un prete rivoluzionario &#8211; per fortuna ogni tanto ce ne \u00e8 qualcuno &#8211; l&#8217;abate Gr\u00e9goire, grande linguista, studioso dei dialetti francesi, inventore della Biblioteca nazionale e della scheda bibliotecaria, il quale dice: \u00e8 vero, per\u00f2 siccome in futuro questa nostra presa di posizione pu\u00f2 essere sofisticata, scriviamolo ugualmente. E viene finalmente scritto.<\/p>\n<p>Purtroppo, vanamente.<\/p>\n<p>La scena \u00e8 commovente, i deputati vengono abbracciati dagli altri deputati, portati in trionfo&#8230; benissimo. Ma vanamente, perch\u00e9 di l\u00ec a poco queste colonie vengono perse dalla Francia, l&#8217;Inghilterra liberale le occupa e ripristina immediatamente la schiavit\u00f9, come \u00e8 giusto.<\/p>\n<p>E, cosa ancora pi\u00f9 dolorosa, \u00e8 Bonaparte che abroga in via formale le deliberazioni del Piovoso dell&#8217;anno secondo, suscitando qualche frizione anche forte; un signore che si chiamava Constantin Volney, che era emerso durante i mesi termidoriani, professore di Storia all&#8217;\u00c9cole normale, ammiratore di Bonaparte fino al 18 brumaio, si separa da lui. Ma Bonaparte cancella non solo questo: instaura il suffragio ristretto, la polizia politica, la nobilt\u00e0 dell&#8217;impero&#8230; e tante altre cose. E abroga le norme che cancellavano la schiavit\u00f9.<\/p>\n<p>Per cui il problema ritorna nella seconda Repubblica, 1848, ad opera di due figure tra loro diversissime: da una parte Victor Schoelcher, che \u00e8 un radicale neogiacobino anticlericale, e dall&#8217;altra Henry Wallon, cattolico, autore di una notevole <em>Histoire de l&#8217;esclavage dans l&#8217;antiquit\u00e9,<\/em> che ancora oggi leggiamo utilmente. I quali entrambi ripropongono &#8211; e l&#8217;Assemblea nazionale approva &#8211; l&#8217;abrogazione della schiavit\u00f9 in colonia.<\/p>\n<p>Quello che colpisce \u00e8 che siamo alla met\u00e0 del secolo decimonono e il problema \u00e8 sul tappeto: ed \u00e8 sul tappeto perch\u00e9 non \u00e8 soltanto la realt\u00e0 europea quella nella quale si sviluppa questo dramma, \u00e8 una realt\u00e0 planetaria.<\/p>\n<p>A questo punto credo non sia inutile un ulteriore passo in avanti. Strumentalmente, oserei dire, mi richiamo ancora una volta a un testo: questa volta non i primi righi, ma gli ultimi, del Manifesto, che \u00e8 un testo brillante, un testo in un tedesco straordinario&#8230;<\/p>\n<p>\u00c8 uscito qualche mese fa un libro piuttosto divertente di Donald Sassoon, un notevole storico laburista, una <em>Intervista immaginaria con Karl Marx,<\/em> piena di intelligenza, dove Marx a un certo punto rivendica di aver saputo scrivere delle formule di effetto dirompente. Per esempio, dice, nessuno di questi scribacchini di Downing Street sarebbe capace di scrivere \u201cProletari di tutto il mondo, unitevi, non avete da perdere che le vostre catene\u201d.<\/p>\n<p>E allora Sassoon, che lo intervista in questo incontro immaginario, dice: \u201cMa forse lei dottor Marx non si rende conto che oggi hanno molto da perdere. Quando lei scriveva il Manifesto, e ancora quindici anni dopo, i ferrovieri lavoravano trenta ore di fila e quindi gli incidenti ferroviari erano all&#8217;ordine del giorno e venivano chiamati \u2018disdette di Dio\u2019, ovvero il Padreterno ogni tanto provvede un disastro ferroviario&#8230; Oggi \u00e8 diverso, e quindi lei si rende conto che i proletari che lei invocava affinch\u00e9 si unissero, spiegando loro che non avevano altro da perdere che le loro catene, oggi hanno molto da perdere\u201d.<\/p>\n<p>E Marx, in questo dialogo, risponde: \u201cS\u00ec, \u00e8 vero, in realt\u00e0 il paradosso del movimento socialista &#8211; di cui rivendica di essere uno degli artefici &#8211; \u00e8 che quanto pi\u00f9 le conquiste procedono dal punto di vista della condizione materiale, tanto pi\u00f9 l&#8217;impulso rivoluzionario si spegne. Quindi in un certo senso il movimento che io ho creato depotenzia gli obiettivi che ho indicato\u201d, dice il filosofo dall&#8217;aldil\u00e0, intervistato da un bravo storico laburista.<\/p>\n<p>Questa riflessione di Sassoon, travestita da intervista impossibile, tocca un punto vero, ma tocca un punto, che nell&#8217;intervista poi viene anche sviluppato: e cio\u00e8 se questa riflessione non sia ancora una volta rigorosamente eurocentrica.<\/p>\n<p>Per questo mi \u00e8 parso giusto, a questo punto della mia piccola relazione, evocare un altro momento nel quale la parola schiavit\u00f9 \u00e8 stata adoperata per evocare una situazione presente, non un fatto storico. Nel 1915, a ridosso della conferenza di Zimmerwald &#8211; fallita, il tentativo della Seconda Internazionale di fermare la guerra, divisione tra i vari partiti socialisti&#8230; sappiamo tutta questa storia tragica &#8211; Lenin pubblica un opuscolo che si chiama <em>Il socialismo e la guerra. <\/em><\/p>\n<p>Un opuscolo molto schematico, molto netto.<\/p>\n<p>Dice Marx al professor Sassoon in quella intervista: Lenin era molto capace politicamente, un fondamentalista, perch\u00e9 ha preso per bibbia tutto quello che io ho scritto e ha inventato il marxismo. C&#8217;\u00e8 molta ironia, in questo. Per\u00f2 questo fondamentalista nel saggio intitolato Il socialismo e la guerra, nel 1915, coglie il punto centrale della guerra tremenda del &#8217;14, e cio\u00e8 quella che definisce molto schematicamente la ripartizione attuale del mondo tra le grandi potenze e gli schiavi. Le grandi potenze si sono divise il mondo schiavizzandolo &#8211; e porta le cifre dal punto di vista dei milioni di abitanti: quanti milioni di abitanti l&#8217;Inghilterra, quanti milioni di abitanti tutti gli schiavi dell&#8217;Inghilterra, cio\u00e8 il resto del pianeta sotto controllo inglese, sotto controllo francese, sotto controllo tedesco&#8230; E la guerra nasce di l\u00ec, dal fatto che questi schiavisti stanno scannandosi per ridistribuire la propriet\u00e0 degli schiavi, cio\u00e8 del resto del mondo.<\/p>\n<p>\u00c8 chiaro che \u00e8 un linguaggio estremamente crudo e semplificatorio, ma l&#8217;ho citato perch\u00e9 viene in taglio alla riflessione alla quale ora vorrei accostarmi.<\/p>\n<p>Non dimentichiamo che &#8211; lo abbiamo appena detto &#8211; \u201channo parecchio da perdere\u201d.<\/p>\n<p>Effettivamente s\u00ec. Ho messo in fila perch\u00e9 mi \u00e8 parso giusto schematizzare, degli interventi che hanno una loro coerenza.<\/p>\n<p>Prima di questo intervento del &#8217;15, cos\u00ec netto, e che credo colga uno degli aspetti fondamentali del conflitto da cui ha avuto inizio il &#8216;900, c&#8217;\u00e8 un breve saggio, un articolo del &#8217;13 &#8211; quasi due anni prima &#8211; intitolato <em>Il risveglio dell&#8217;Asia.<\/em> In questo articolo Lenin scrive che il movimento del 1905, la rivoluzione del 1905 si \u00e8 estesa a tutta l&#8217;Asia: la Turchia, la Persia, la Cina, anche l&#8217;India si muovono perch\u00e9 c&#8217;\u00e8 stato questo scossone del 1905; e poi si concentra sull&#8217;isola di Giava, con un articolo molto interessante in cui descrive la composizione sociale di questa colonia olandese, il ruolo dei Cinesi, il ruolo degli Olandesi che abitano l\u00ec, il ruolo della potenza coloniale; e spera che da questa situazione concreta discenda un movimento ostile all&#8217;imperialismo olandese.<\/p>\n<p>Siamo nel &#8217;13, non pu\u00f2 prevedere la guerra, la guerra nel &#8217;15 la diagnostica in quel modo.<\/p>\n<p>Come ben sappiamo la delusione principale, epocale del bolscevismo giunto al potere \u00e8 stato che l&#8217;Europa occidentale non si \u00e8 mossa. Questa \u00e8 una storia che \u00e8 stata raccontata tante volte, quindi non \u00e8 il caso di ricordarla qui. Dopo la guerra Russo-Polacca del &#8217;20 il problema \u00e8 chiuso, la Germania ha preso un&#8217;altra strada eccetera.<\/p>\n<p>Nel &#8217;20 al secondo congresso dell&#8217;Internazionale Lenin fa un intervento lunghissimo, vibrante, il cui nocciolo, il cui concetto principale \u00e8: il nostro avversario \u00e8 la aristocrazia operaia; l&#8217; aristocrazia operaia \u00e8 cointeressata alla conservazione del sistema sociale esistente nelle grandi e ricche potenze occidentali: e sono i nostri antagonisti; la guerra per\u00f2 ha portato nella storia i tre quarti dell&#8217;umanit\u00e0, li ha brutalmente gettati nella storia, anche perch\u00e9 inglesi e francesi, soprattutto, hanno preso i popoli coloniali e li hanno trasformati in combattenti al loro servizio nella guerra che si \u00e8 sviluppata, e questo ha diffuso coscienza, coscienza che inevitabilmente si estende ai Paesi da cui questi provengono: l\u00ec il nostro sguardo deve rivolgersi; le aristocrazie operaie sono il nostro nemico, ma i popoli del mondo, che sono schiavi, sono i nostri alleati.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 un testo, questo, del luglio del 1920, ottimistico, nel quale la prospettiva delineata (l&#8217;ho riassunta pedestremente, ma non volevo infliggervi una lettura fatta partitamente) \u00e8 considerata attuale, attuabile.<\/p>\n<p>Al tempo stesso, ai primi di settembre, poche settimane dopo, si svolge a Baku una grande conferenza dei popoli dell&#8217;Asia, promossa dall&#8217;Internazionale, presieduta da Zinoviev, in cui affiora anche una formula che oggi un po&#8217; ci fa rabbrividire, e cio\u00e8 la guerra santa, il jihad islamico &#8211; tra i presenti alla conferenza di Baku gli islamici sono tantissimi &#8211; e quindi il linguaggio che adopera questo dirigente dell&#8217;Internazionale \u00e8 rivolto a far sorgere negli ascoltatori una connessione positiva tra l&#8217;Internazionale che li sollecita e la loro cultura di partenza: la guerra santa, il jihad contro l&#8217;imperialismo. La conferenza di Baku non ha in sostanza alcun risultato pratico.<\/p>\n<p>L&#8217;ultimo intervento cui mi pareva giusto richiamarmi per commentare la battuta \u201channo molto da perdere gli operai dell&#8217;Occidente da un&#8217;eventuale rivoluzione\u201d, \u00e8 in uno scritto del marzo del &#8217;23, pochi mesi prima della morte di Lenin, che ha un titolo molto significativo <em>Meglio meno, ma meglio<\/em> &#8211; un titolo abbastanza riduttivo, se vogliamo &#8211; nel quale si dice: siamo stati sconfitti, non abbiamo sfondato a occidente e siamo stati respinti da quella parte, e allora la prospettiva \u00e8 la Cina, l&#8217;India, perch\u00e9 aggirando l&#8217;imperialismo da quella parte riprendiamo il filo del nostro lavoro. Lenin muore poco dopo.<\/p>\n<p>Ora, il &#8216;900 \u00e8 stato caratterizzato dal fenomeno al quale mi sono riferito, e credo che queste brevi citazioni che ho voluto fare stiano a significare come in quella riflessione la tematica della schiavit\u00f9 come soggetto presente sia molto chiara. Il secolo XX \u00e8 stato caratterizzato da questa vicenda e segnato da due delusioni, potremmo dire: la prima \u00e8 quella di cui d\u00e0 conto questa letteratura, alla quale mi sono riferito. L&#8217;altra \u00e8 quella conseguente al fallimento della decolonizzazione: in fondo la linea indicata in questi interventi, soprattutto nell&#8217;ultimo, aggirare l&#8217;imperialismo sollevando gli schiavi del mondo, \u00e8 diventata &#8211; o \u00e8 parsa diventare &#8211; azione concreta con la fine degli imperi coloniali, conseguente all&#8217;esito della seconda guerra mondiale. Con anime diverse, con soggetti diversi, anche ambigui, anche complessi. Faccio solo un esempio: nel 1955 un periodico importante nel dibattito culturale italiano, che si chiamava <em>Rinascita,<\/em> pubblica un documento molto articolato e molto ben argomentato del partito comunista egiziano, che denuncia il regime di Nasser come fascismo. Nel 1955. Ed \u00e8 un attacco frontale a quello che poi siamo soliti chiamare socialismo arabo; Nasser non era del Baath, ma era alleato di Kassem, che era un leader del Baath iracheno &#8211; ha stabilito la Repubblica araba unita inseguendo questo disegno.<\/p>\n<p>\u00c8 notevole che nel &#8217;55 una riflessione affidata a un settimanale ben sorvegliato dal suo direttore &#8211; il direttore di <em>Rinascita<\/em> non lasciava pubblicare a casaccio articoli che non avessero il suo consenso, si chiamava Palmiro Togliatti, come tutti sappiamo -, \u00e8 interessante che la direzione del settimanale avallasse una valutazione cos\u00ec dura e poco in linea con l&#8217;orizzonte che si stava sviluppando proprio in quei mesi, il famoso spirito di Bandung per cui i non allineati avrebbero dovuto rappresentare il fronte antiimperialista.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 \u00e8 fallita quella vicenda? \u00c8 fallita perch\u00e9 dall&#8217;altra parte c&#8217;\u00e8 stata una straordinaria capacit\u00e0 di conquistare i ceti dirigenti dei paesi ex coloniali, ripiombati in una situazione di dipendenza, non pi\u00f9 direttamente formalizzata dal rapporto madrepatria-colonia, ma da rapporti ben pi\u00f9 forti, ben pi\u00f9 pervasivi, che sono quelli che sono sotto i nostri occhi. Con l&#8217;esito imprevisto &#8211; perch\u00e9 la storia si riserva sempre di avere esiti non prevedibili &#8211; di conflitti spaventosi, non pi\u00f9 dominabili dagli stessi che hanno imbrigliato il mondo ex coloniale; e in fondo quello che abbiamo sotto i nostri occhi \u00e8 esattamente questo, l&#8217;esplosione in forme sempre meno razionali di mondi ai quali \u00e8 stata via via preclusa abilmente una vera libert\u00e0 dalla dipendenza dei grandi imperi.<\/p>\n<p>Con un ultimo elemento di contorno che dovrebbe non solo allarmarci, ma anche indurci a una seria autocritica, e cio\u00e8 il fatto che mentre la schiavit\u00f9 vigoreggia nei mondi dipendenti, per le ragioni che abbiamo sommariamente detto, si affaccia anche nel nostro.<\/p>\n<p>Avamposti di dipendenza di tipo schiavile ci sono nel nostro ricchissimo Occidente: il ghetto di Rignano, in Capitanata, \u00e8 un caso concreto di schiavit\u00f9 stricto sensu.<\/p>\n<p>Come mai?<\/p>\n<p>Etica, filosofia&#8230; dovrebbero contrapporsi, ma finito l&#8217;esperimento socialista, entrato in crisi lo Stato sociale che ne era il figlio in Occidente, il problema del profitto come architrave, come santo Graal si pu\u00f2 affrontare e difendere ormai soprattutto attraverso le forme di dipendenza schiavistica. Il profitto \u00e8 sacro, lo Stato sociale d\u00e0 diritti che intaccano il profitto, inevitabilmente, specie in periodi di grave crisi come quella che da anni ci tormenta: e allora la dipendenza di tipo schiavile, dal Bangladesh alla Capitanata, ad altre parti del mondo garantisce il profitto.<\/p>\n<p>Il che vuol dire che, lungi dall&#8217;essere un relitto storico, un fossile, la schiavit\u00f9 \u00e8 la forma attuale di alimento del profitto capitalistico.<\/p>\n<p><em>Luciano Canfora, 14 novembre 2015<\/em><\/p>\n<p><strong>&nbsp;<a href=\"https:\/\/asimmetrie.org\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/Luciano-Canfora-Liberta-e-schiavitu.pdf\" rel=\"attachment wp-att-225\"><img decoding=\"async\" class=\"alignleft size-full wp-image-225\" src=\"https:\/\/asimmetrie.org\/wp-content\/uploads\/2013\/08\/iconaPDF2.png\" alt=\"iconaPDF2\" width=\"30\" height=\"29\"><\/a><a href=\"https:\/\/asimmetrie.org\/wp-content\/uploads\/2016\/01\/Luciano-Canfora-Liberta-e-schiavitu.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Versione stampabile<\/a><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Trascrizione della prolusione di Luciano Canfora \u201cLibert\u00e0 e schiavit\u00f9\u201d, tenutasi alla quarta edizione del convegno internazionale \u201cEuro, mercati, democrazia: ripensare l&#8217;unione dell&#8217;Europa\u201d il&nbsp;14 novembre 2015 [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"footnotes":""},"categories":[30],"tags":[120,140,262,302],"topic":[5,10],"expert":[533],"class_list":["post-2400","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-opinions","tag-filosofia","tag-grecia","tag-schiavitu","tag-unione-europea","topic-grecia","topic-unione-europea","expert-luciano-canfora"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.4 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Libert\u00e0 e schiavit\u00f9 &#8211; 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