{"id":2501,"date":"2016-02-11T11:49:37","date_gmt":"2016-02-11T11:49:37","guid":{"rendered":"http:\/\/www.asimmetrie.org\/?p=2501"},"modified":"2021-05-29T18:18:05","modified_gmt":"2021-05-29T17:18:05","slug":"la-deflazione-salariale-spiegata-agli-operai-della-whirlpool-che-la-conoscono-gia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/asimmetrie.org\/en\/interventi\/opinions\/la-deflazione-salariale-spiegata-agli-operai-della-whirlpool-che-la-conoscono-gia\/","title":{"rendered":"La deflazione salariale spiegata agli operai della Whirlpool (che la conoscono gi\u00e0)"},"content":{"rendered":"\n<p>Spiegare ai compagni della Whirpool cosa significhi <strong>deflazione salariale<\/strong> \u00e8 in un certo senso imbarazzante. Suppongo che loro sappiano benissimo cosa significhi per averla provata sulla propria pelle. Il padrone glielo avr\u00e0 spiegato mille e una volta: in tanti altri paesi i salari sono molto, ma molto pi\u00f9 bassi che in Italia. Allora che fate? O i vostri salari diminuiscono, oppure decentriamo la produzione (oppure chiudiamo e basta). \u00c8 la globalizzazione bellezza, e se a decidere \u00e8 una multinazionale \u00e8 ancor peggio perch\u00e9 il ricatto di spostare la produzione \u00e8 pi\u00f9 forte.<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>BOX 1 &#8211; Deflazione salariale vuol dire competere con gli altri paesi giocando su un basso costo del lavoro. Si noti che questo vuol dire rinunciare a un ampio mercato interno per i prodotti \u2013 se i salari sono bassi, tali saranno anche i consumi \u2013 con l\u2019obiettivo di conquistare mercati esteri. La strategia di deflazione salariale \u00e8 detta anche deflazione competitiva: si punta a tenere prezzi e salari nazionali bassi per spiazzare i concorrenti sui mercati esteri. L\u2019obiezione fondamentale alla deflazione competitiva \u00e8 che se tutti i paesi adottano questa strategia, chi compra? E\u2019 questo il nodo fondamentale del capitalismo, per cui oggi si parla di stagnazione secolare, un pericolo che deriva dal pauroso aumento della diseguaglianza.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>Una prima linea di difesa dei lavoratori \u00e8 nella <strong>qualit\u00e0 del lavoro<\/strong>, che non \u00e8 la medesima in tutti i paesi ed \u00e8 certamente pi\u00f9 elevata in Italia. In sostanza quello che l\u2019impresa guadagna via minori salari se sposta la produzione, lo perde sul piano della produttivit\u00e0 (prodotto per lavoratore). Ma naturalmente questo \u00e8 vero fino a un certo punto, in quanto le produzioni pi\u00f9 standardizzate sono facilmente trasferibili, e con macchinario adeguato la produttivit\u00e0 \u00e8 la medesima. \u00c8 solo quando il prodotto richiede conoscenze molto puntuali e non facilmente trasferibili che ci si difende bene. Ma a quel punto \u00e8 il medesimo padrone a non voler trasferire la produzione, che viene anzi spesso riportata in Italia dove i lavoratori sono pi\u00f9 addestrati. Ma su questo, di nuovo, siete voi che fate scuola a me.<\/p>\n\n\n\n<p>Entro certi versi, quello che un tempo si chiamava <strong>il ciclo del prodotto<\/strong> \u00e8 un fatto fisiologico. L\u2019idea \u00e8 che le produzioni pi\u00f9 innovative svolte nei paesi avanzati col tempo si standardizzino e vengono trasferite nei paesi pi\u00f9 arretrati, essendo sostituite con nuove produzioni innovative e cos\u00ec via. Un tempo si riteneva anche che fosse compito dei governi stimolare questi processi facendo scivolare il paese verso produzioni pi\u00f9 sofisticate, cedendo quelle meno avanzate ai paesi pi\u00f9 arretrati.<\/p>\n\n\n\n<p>In Italia questo upgrading \u00e8 avvenuto in misura inferiore agli altri paesi avanzati, e con delle peculiarit\u00e0. I punti di forza del Made in Italy sono diventati, com\u2019\u00e8 noto, la meccanica, il sistema moda e, ultimamente, l\u2019agroalimentare. Molto poco per un paese che a fine degli anni 1960 vantava quella che un tempo si chiamava una <strong>\u201cmatrice industriale completa\u201d<\/strong>, vale a dire produceva un po\u2019 di tutto, dal nucleare all\u2019elettromeccanica, dal chiodo al microchip, dal farmaco alle scarpe.<\/p>\n\n\n\n<p>Purtroppo <strong>l\u2019industria di Stato<\/strong> che concentrava molte di queste competenze \u00e8 stata dapprima vittima della spartizione partitica, che l\u2019ha spogliata delle grandi capacit\u00e0 imprenditoriali maturate dagli anni 1930 sotto la guida dei grandi commis d\u2019Etat antifascisti che l\u2019avevano presa in mano (comprese le grandi banche). E infine svenduta a brandelli al settore privato attraverso le privatizzazioni. Spesso a capitali stranieri che l\u2019hanno acquisita a saldo dei debiti esteri che l\u2019Italia ha maturato negli anni dello SME (il sistema monetario europeo) e poi dell\u2019euro, i due sistemi di cambio fissi a cui il Paese ha in successione aderito dal 1979 e su cui torneremo. L\u2019eccesso di conflitto sociale a partire dai primi anni 1960 non ha poi certo favorito una evoluzione positiva della grande impresa italiana, la quale si \u00e8 invece ritratta sino quasi a scomparire. Perch\u00e9 la Ignis, o la Rex-Zanussi non sono diventate una Samsung o, almeno, una Bosch? Perch\u00e9 tanti brand dei Caroselli di quand\u2019eravamo bambini (o almeno io lo ero) sono spariti?<\/p>\n\n\n\n<p>Mentre altri Paesi come la Corea del Sud o Taiwan si incamminavano verso produzioni di massa avanzate, il nostro si smarriva nel <strong>conflitto sociale.<\/strong> Ma vale la pena chiedersi di chi \u00e8 la responsabilit\u00e0 di una conflittualit\u00e0 spesso esacerbata. Mentre ulteriore lavoro storico sarebbe necessario, non si \u00e8 lontani dalla verit\u00e0 se la si attribuisce a una borghesia incapace da sempre a venire incontro alle istanze sociali delle grandi masse popolari. Dai cannoni di Bava Beccaris, al fascismo, alla \u201cstretta monetaria\u201d e prime minacce golpiste del 1963, alla strategia della tensione, sino a Berlusconi (e al suo epigono Renzi), e infine con l\u2019euro, la borghesia italiana ha sempre reagito alla domanda di giustizia negando legittimit\u00e0 alle istanze sociali, timorosa di perdere i propri privilegi, al massimo corrompendo masse con il clientelismo diffuso e le elemosine &#8211; dai pacchi di pasta di Lauro agli ottanta euro di Renzi. \u00c8 al principio degli anni 1960 che si compie la scelta decisiva: il Paese era cresciuto, le premesse economiche per una vera modernizzazione del Paese c\u2019erano, una borghesia capace di guidarla no. Alla difesa dei settori nazionali moderni (l\u2019elettronica di Olivetti, il nucleare di Ippolito, il petrolio di Mattei), e a una riposta in positivo alle istanze di giustizia sociale del primo ciclo di lotte operaie, si sostitu\u00ec la svendita di quei settori al capitale straniero, la stretta monetaria, e lo sfruttamento selvaggio della forza lavoro, senza riforme sociali. Il secondo ciclo di lotte operaie dal 1969 fu la risposta dei lavoratori. Molto si ottenne, altrettanto lo si sta ora restituendo.<\/p>\n\n\n\n<p>Negli anni 1970 il Paese continu\u00f2 comunque a crescere, con il conflitto spesso moderato attraverso l\u2019impiego non sempre appropriato della finanza pubblica e l\u2019utilizzo del cambio (svalutazione della lira) per compensare la maggiore inflazione interna. Le istanze progressive delle lotte operaie e studentesche furono molto, solo molto parzialmente guidate dalla sinistra verso un riformismo forte, ostacolate in questo dalla borghesia golpista, in un clima reso pi\u00f9 cupo da un estremismo diventato col tempo violento. L\u2019aumento del prezzo del petrolio, per cui anche i Paesi petroliferi ambirono a una fetta maggiore della torta, fu un\u2019ulteriore elemento esacerbante del conflitto.<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>BOX 2 &#8211; Il conflitto distributivo fra lavoratori e capitalisti genera inflazione, la famosa spirale prezzi-salari. I Paesi produttori di petrolio e materie prime possono costituire il terzo incomodo. Una inflazione interna maggiore dei concorrenti (per esempio di Germania e Francia) porta a una perdita di competitivit\u00e0. In termini semplici: i nostri prodotti cominciano a costare pi\u00f9 dei loro. Una svalutazione della nostra moneta, quando ce l\u2019avevamo, aumentava il potere d\u2019acquisto degli stranieri: coi marchi un tedesco comprava pi\u00f9 beni prezzati in lire. Allora la svalutazione, accrescendo il potere d\u2019acquisto degli stranieri, compensava l\u2019aumento dei prezzi in lire dei nostri prodotti. Certo, con una lira deprezzata, diminuiva il potere d\u2019acquisto di merci estere per i lavoratori italiani. Ma n\u00e9 questo, n\u00e9 l\u2019inflazione interna erano sufficienti a annullare l\u2019aumento dei salari reali ottenuto con le lotte.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>La svolta avvenne alla fine degli anni 1970 quando, superato l\u2019apice del terrorismo, il Paese alline\u00f2 le proprie politiche alla nuova ventata monetarista che si andava affermando in Europa e negli Stati Uniti. In questi ultimi, muore con Carter l\u2019ultimo rigurgito keynesiano. <strong>L\u2019adesione al sistema europeo di cambi fissi,<\/strong> lo SME (sistema monetario europeo), fu il segnale ai sindacati che la politica economica non avrebbe pi\u00f9 accomodato il conflitto sulla distribuzione del reddito attraverso il tasso di cambio. Il meccanismo \u00e8 spiegato nel BOX 2: il conflitto salariale genera inflazione; quest\u2019ultima fa perdere competitivit\u00e0 al paese, per la ragione banale che i prezzi delle merci che produce aumentano pi\u00f9 che all\u2019estero; il deprezzamento del cambio fa recuperare la competitivit\u00e0. Abilmente, per gran parte degli anni 1970 l\u2019Italia aveva cercato di svalutare rispetto al marco, preservando la competitivit\u00e0 nel mercato tedesco che \u00e8 il nostro pi\u00f9 importante, mantenendo invece stabile il cambio col dollaro (avvalendosi del contestuale indebolimento di quest\u2019ultimo nei confronti del marco), s\u00ec da mantenere invariato il prezzo delle importazioni petrolifere (fatti salvi gli aumenti decisi dai produttori). In tutto questo i dati mostrano che i salari reali riuscivano a crescere \u2013 la deflazione e non l\u2019inflazione \u00e8 nemica dei salari. Tanto pi\u00f9 che la produttivit\u00e0 del lavoro continuava a crescere, guidata dalla domanda interna ed estera.<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>BOX 3 &#8211; \u201cTassi di inflazione relativamente sostenuti sono spesso associati a tassi di disoccupazione contenuti e quindi a posizioni di forza dei lavoratori nelle contrattazioni sindacali, a beneficio del mantenimento della crescita dei salari reali, e della quota dei salari sul prodotto. Il processo di disinflazione [successivamente] compiuto \u2026ha eroso (via disoccupazione) le posizioni contrattuali dei lavoratori, favorendo lo smantellamento dei presidi del loro potere d\u2019acquisto (meccanismi di indicizzazione del salario) e quindi, inevitabilmente, riducendo la quota dei salari sul prodotto.\u201d A.Bagnai, Il tramonto dell\u2019euro, Imprimatur, 2012).<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>Certo, di meglio si poteva fare: pi\u00f9 giustizia distributiva e fiscale avrebbero potuto moderare il conflitto, ci\u00f2 che avrebbe per\u00f2 richiesto una borghesia lungimirante; un pi\u00f9 rapido adeguamento dell\u2019imposizione fiscale e la lotta all\u2019evasione, a fronte di una spesa sociale che finalmente cominciava ad adeguarsi agli standard europei avrebbe impedito <strong>l\u2019esplodere del debito pubblico,<\/strong> la cui concausa furono gli alti tassi di interesse conseguenza dello SME. Per chiarire quest\u2019ultimo punto: nel corso degli anni 1980, con i cambi fissi e un\u2019inflazione in discesa, ma pur sempre pi\u00f9 alta della Germania, il nostro Paese si trov\u00f2 con forti disavanzi esteri. Non potendo infatti pi\u00f9 svalutare adeguatamente per compensare la pi\u00f9 elevata inflazione, la competitivit\u00e0 del Paese ne soffr\u00ec. Questo implic\u00f2 indebitamento verso l\u2019estero a tassi di interessi crescenti (gli stranieri investivano s\u00ec in titoli italiani, ma per coprirsi dal rischio di svalutazione della lira chiedevano tassi assai onerosi). Con l\u2019uscita (temporanea) dallo SME nel 1992, la svalutazione e la ripresa delle esportazioni consent\u00ec al Paese di riaggiustare i conti esteri e restituire il debito estero.<\/p>\n\n\n\n<p>Dagli anni 1990 la globalizzazione di capitale e lavoro si fa pi\u00f9 massiccia. Questa va intesa come un imponente movimento del capitalismo verso l\u2019estensione su scala globale dell\u2019esercito industriale di riserva (la sacca di disoccupati che serve a calmierare i salari, il termine \u00e8 di Marx). Da un lato gli impianti si spostano verso paesi dove il costo del lavoro \u00e8 pi\u00f9 basso, dall\u2019altro i fenomeni migratori portano all\u2019interno dei paesi industrializzati la concorrenza della forza-lavoro a basso costo. La pressione su salari e diritti si fa tremenda. Al contempo il rafforzamento delle grandi istituzioni internazionali come il WTO (oggi il TTIP) \u00e8 volto a smantellare i poteri degli Stati sovrani, s\u00ec da depotenziare la linea di difesa dei diritti costituito dalle istituzioni democratiche nazionali. Il rafforzamento delle istituzioni europee culminato nella creazione della moneta unica si iscrive in questo quadro.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019euro \u00e8 la sanzione della strategia della deflazione salariale. L\u2019ideologia che guida l\u2019Italia ad aderire alla moneta unica \u00e8 quella del \u201clegarsi le mani\u201d, come fu definita da due sciagurati economisti (Francesco Giavazzi e Marco Pagano): <strong>cancellata definitivamente la possibilit\u00e0 di aggiustare il cambio, l\u2019unica via per mantenere i posti di lavoro \u00e8 la deflazione salariale.<\/strong> Naturalmente questo non viene detto esplicitamente: si dice che l\u2019euro imporr\u00e0 di effettuare le riforme che il Paese da lungo attende (leggi la riforma del mercato del lavoro culminata nel Jobs Act).<\/p>\n\n\n\n<p>Il BOX 1 illustrava come, tuttavia, se tutti i paesi adottano la deflazione competitiva, questo \u00e8 un gioco a somma zero, se vince uno perde l\u2019altro e dunque il paese che fa pi\u00f9 deflazione salariale spiazza gli altri in un suicida gioco al ribasso. E il paese pi\u00f9 bravo a farla \u00e8 stata la Germania che, con le riforme del mercato del lavoro del socialdemocratico Schroeder, spiazz\u00f2 tutti nel 2003. Alla deflazione salariale la Germania affianc\u00f2 la sua tradizionale forza produttiva sostenuta da un poderoso apparato statale pro-business (ricerca, ottima formazione a ogni livello, apparato pubblico e politica estera sostegni delle esportazioni ecc.), quello che si chiama Stato mercantilista insomma. Pur con un\u2019inflazione ridotta al lumicino, il nostro Paese si vede di nuovo spiazzato dal temuto concorrente, ed \u00e8 allora che il discorso sul declino italiano si fa pi\u00f9 pressante. Oggi la Spagna \u00e8 portata ad esempio di successo della deflazione salariale: vedete, si dice, come tempestive riforme del mercato del lavoro (leggi smantellamento dei diritti sindacali e condizioni di lavoro massacranti) portano alla ripresa del Pil? Non ci si rende conto che <strong>in Europa questo, alla lunga, non \u00e8 neppure un gioco a somma zero, in cui almeno uno vince, ma \u00e8 un gioco al massacro collettivo:<\/strong> il vincitore si erger\u00e0 alla fine sulle rovine dei concorrenti, e sulle proprie. Non esattamente un successo.<\/p>\n\n\n\n<p>Qual \u00e8 l\u2019alternativa? Quella pi\u00f9 ragionevole sarebbe di politiche europee espansive concertate fra i diversi paesi, con la Germania a fare da traino espandendo il proprio mercato interno attraverso un cospicuo aumento di salari e spesa pubblica. Dunque l\u2019abbandono della deflazione salariale innanzitutto da parte del paese leader. Ma ci\u00f2 non accadr\u00e0. La Germania non abbandoner\u00e0 mai il proprio modello mercantilista (vendere agli altri e non comprare). <strong>Questo paese costituirebbe comunque un problema anche se l\u2019euro crollasse.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>In questo quadro scoraggiante, non sono in grado di dare suggerimenti ai compagni della Whirpool su quale strategia sindacale adottare a livello locale. Sindacati ed enti locali dovrebbero forse costringere l\u2019azienda ad impegnarsi in politiche dell\u2019innovazione, in collaborazione per esempio con le universit\u00e0 toscane, per individuare nuovi prodotti di alta gamma, anche puntando sulla formazione del personale. Ma sono solo idee, come noto, chi sa fa, chi non sa insegna. A livello nazionale si tratta ovviamente di <strong>combattere le politiche di austerit\u00e0<\/strong> che sono anch\u2019esse parte della deflazione salariale in quanto mirano ad abbattere il salario indiretto, quello consistente di erogazioni sociali (pensioni, sanit\u00e0, istruzione, assistenza sociale). Queste politiche hanno distrutto il mercato interno portando a una drammatica perdita di capacit\u00e0 produttiva. Va inoltre accresciuta la consapevolezza che l\u2019Europa, monetaria e non, \u00e8 lo strumento della deflazione salariale (ce lo chiede l\u2019Europa), e poco conta il contentino che ci viene dato sul terreno dei diritti civili, che funge da specchietto per le allodole.<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>BOX 4 &#8211; La deflazione salariale come strategia del capitalismo nazionale ha l\u2019obiettivo di catturare i famosi due piccioni con una fava: i bassi salari tengono alti i profitti, e allo stesso tempo consentono di vendere l\u2019eccedenza del prodotto all\u2019estero. Cos\u00ec, nonostante i bassi consumi interni dovuti ai bassi salari, non c\u2019\u00e8 un problema di mercato. La questione \u00e8 che se fan tutti cos\u00ec, come s\u2019\u00e8 visto, la strategia diventa un gioco al ribasso rovinoso per tutti.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p><em>Sergio Cesaratto<\/em><br><em>Dipartimento di Economia, Universit\u00e0 di Siena<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Spiegare ai compagni della Whirpool cosa significhi deflazione salariale \u00e8 in un certo senso imbarazzante. 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