{"id":3234,"date":"2017-04-18T07:25:04","date_gmt":"2017-04-18T06:25:04","guid":{"rendered":"http:\/\/www.asimmetrie.org\/?p=3234"},"modified":"2021-05-19T14:30:03","modified_gmt":"2021-05-19T13:30:03","slug":"sei-lezioni-di-economia-per-capire-la-crisi-piu-lunga","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/asimmetrie.org\/en\/interventi\/opinions\/sei-lezioni-di-economia-per-capire-la-crisi-piu-lunga\/","title":{"rendered":"Sei lezioni di economia per capire la crisi pi\u00f9 lunga"},"content":{"rendered":"<p><em>Articolo originariamente <a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/crisi-mondiale\/8470-ernesto-screpanti-per-capire-la-crisi-piu-lunga.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">pubblicato su Sinistrainrete.info<\/a><\/em><\/p>\n<p><strong><a href=\"http:\/\/www.imprimatureditore.it\/index.php\/2016\/08\/25\/sei-lezioni-di-economia\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Sei lezioni di economia <\/a><\/strong>(Imprimatur, Reggio Emilia, 2016, \u20ac17,00) di Sergio Cesaratto \u00e8 un libro importante che esce in un momento di grande confusione d\u2019idee e di grande incertezza economica e politica. La lunga ondata di egemonia neoliberista che ha devastato il mondo negli ultimi 40 anni lo ha infine fatto naufragare nella grande crisi da cui non siamo ancora usciti. E ora il cittadino disorientato si guarda intorno in cerca di nuovi strumenti di comprensione della realt\u00e0. Questo libro di Cesaratto gli pu\u00f2 essere d\u2019aiuto, sia perch\u00e9 fornisce un\u2019analisi approfondita della crisi in corso, sia perch\u00e9 lo fa usando strumenti teorici alternativi a quelli su cui si fonda l\u2019egemonia liberista.<\/p>\n<p>Il libro si divide in due parti. I primi tre capitoli presentano la ricostruzione storica di un sistema teorico di grande prestigio, che la teoria economica dominante per\u00f2 ha cercato di relegare nel sottomondo dell\u2019eterodossia. Il primo capitolo espone l\u2019approccio del sovrappi\u00f9 sviluppato da Smith, Ricardo e Marx. Il secondo tratta della teoria neoclassica, versione raffinata di quella che Marx chiamava \u201ceconomia volgare\u201d. Il terzo si concentra sulla rivoluzione keynesiana. Ma non \u00e8 un libro di storia del pensiero. Cesaratto presenta l\u2019oggetto della sua ricostruzione come materia viva. Rilegge quella storia con gli occhiali di Marx, Keynes e Sraffa, e approda all\u2019esposizione di un sistema teorico che \u00e8 \u201cse non del tutto giusto quasi per niente sbagliato\u201d. In questo sistema i redditi non di lavoro sono spiegati non come remunerazioni dei contributi produttivi di fantomatici fattori di produzione, ma come un sovrappi\u00f9 prodotto dai lavoratori. Il livello del salario non \u00e8 determinato dalle forze di mercato, ma dai rapporti di forza tra le classi. I mercati non sono quei miracolosi meccanismi di aggiustamento automatico degli shock esogeni, e quindi gli impianti industriali possono restare a lungo sottoutilizzati mentre la disoccupazione pu\u00f2 essere una condizione normale dello sviluppo economico.<\/p>\n<p>Cesaratto \u00e8 molto bravo nello spiegare, usando gli schemi analitici di Sraffa, le deformazioni ideologiche e gli errori analitici di quella parabola neoclassica che sostiene che i mercati tendono alla piena occupazione, il salario a uguagliare la produttivit\u00e0 marginale del lavoro, l\u2019interesse a uguagliare la produttivit\u00e0 marginale del capitale\u2026 e il profitto a zero. Semmai si potrebbe imputargli una certa timidezza della vis polemica, ch\u00e9 la teoria dell\u2019equilibrio economico generale \u00e8 stata criticata anche per ben altri difetti, e innanzitutto per l\u2019irrealismo di certe ipotesi: concorrenza perfetta, prezzi flessibili, mercati completi, informazioni complete, transazioni a costo zero, rendimenti costanti di scala, perfetta capacit\u00e0 di calcolo degli agenti economici etc. etc. Un altro difetto fondamentale ha a che fare con l\u2019impossibilit\u00e0 di dimostrare che la stabilit\u00e0 \u00e8 una propriet\u00e0 intrinseca dell\u2019equilibrio generale, un difetto che, mentre rende insensati gli esercizi di statica comparata (dato il \u201cprincipio di corrispondenza\u201d di Samuelson) e quindi gli stessi concetti di variazioni al margine su valori d\u2019equilibrio, depriva il modello della capacit\u00e0 di regolare un eventuale processo di gravitazione.<\/p>\n<p>Viene il dubbio per\u00f2 che non a caso Cesaratto abbia trascurato questo tipo di critica. Lui pensa che gli schemi di Sraffa siano importanti non solo perch\u00e9 consentono di criticare un aspetto essenziale della teoria del valore neoclassica (e uno inessenziale di quella di Ricardo e Marx), ma anche perch\u00e9 fornirebbero una teoria del valore realistica da porre a fondamento dell\u2019approccio post-keynesiano che lui propone in alternativa a quello marginalista. Questa teoria del valore, nella riformulazione di Pierangelo Garegnani, postula che la mano invisibile funzioni facendo gravitare i prezzi di mercato e le quantit\u00e0 prodotte attorno a una \u201cposizione di lungo periodo\u201d con tasso di profitto uniforme e scambi ai prezzi di produzione. Presuppone dunque alcune di quelle ipotesi che rendono irrilevante il modello di equilibrio neoclassico, a partire dai prezzi flessibili per finire ai rendimenti costanti di scala. E se non esistono mercati intertemporali, quali ipotesi si faranno su quelle aspettative di prezzo che dovrebbero far muovere gli investimenti da un\u2019industria all\u2019altra? E cosa garantisce che il processo di gravitazione sia generalmente stabile? E se non lo \u00e8, come si pu\u00f2 pensare che le condizioni di produzione di lungo periodo costituiscano il regolatore del processo stesso?<\/p>\n<p>I post-keynesiani riconoscono i meriti di Sraffa nella critica alle parabole neoclassiche, ma non hanno bisogno dei suoi schemi per fondare una teoria del valore alternativa. Gli bastano quelli di Kalecki e della tradizione di ricerca che origina dalla sua teoria dei prezzi. Questa tradizione si \u00e8 andata sviluppando negli anni \u201950 e \u201960, ed \u00e8 infine approdata a una teoria dei \u201cprezzi normali\u201d che assume mercati non perfettamente concorrenziali. Le imprese reagiscono a variazioni della domanda con variazioni delle quantit\u00e0 prodotte. I prezzi sono determinati dalle imprese stesse, restano fissi a fronte di variazioni cicliche della domanda e assicurano tassi di profitto differenziati.<\/p>\n<p>E veniamo alla seconda parte del libro, che \u00e8 dedicata allo studio della crisi contemporanea. Il quarto capitolo si occupa del funzionamento della politica monetaria in un\u2019economia aperta. \u00c8 magistrale la chiarezza e la semplicit\u00e0 con cui Cesaratto presenta difficili problemi di politica economica senza perdere rigore analitico. Non si tratta tuttavia di una fredda lezioncina teorica. I concetti, non appena introdotti e spiegati, vengono subito utilizzati per farci capire una cosa importante: che nessun governo nazionale, per quanto dotato di sovranit\u00e0 monetaria e fiscale, pu\u00f2 aspirare a raggiungere la piena occupazione o anche solo un soddisfacente sviluppo economico se opera in un\u2019economia aperta entro un mercato dominato dal mercantilismo tedesco. L\u2019Unione Europea e la moneta unica hanno aggravato il problema, il quale tuttavia esisteva gi\u00e0 nei precedenti vent\u2019anni e pi\u00f9.<\/p>\n<p>E Cesaratto \u00e8 convincente nello spiegarci il fallimento del laburista Tony Benn e del socialista Fran\u00e7ois Mitterand i quali, nei tardi anni \u201970 e nei primi anni \u201980, cercarono di avviare nei rispettivi paesi delle politiche keynesiane per la piena occupazione. Incapparono nel vincolo esterno: le politiche espansive creavano deficit della bilancia commerciale che non sarebbero state sostenibili a lungo andare. In realt\u00e0 si scontrarono con le conseguenze della pervicacia tedesca, ch\u00e9 i vincoli esterni si sarebbero potuti allentare se la Germania avesse fatto a sua volta politiche fiscali fortemente espansive. Infine dovettero firmare la resa. Le condizioni di capitolazione imponevano politiche miranti a creare un\u2019elevata disoccupazione permanente come strumento disciplinare: il controllo salariale avrebbe assicurato il rispetto del vincolo esterno. In Francia assunsero la forma di una rinuncia a difendere l\u2019occupazione con la svalutazione e\/o il protezionismo, e furono rese accettabili all\u2019orgoglio nazionale dal fatto che la resa fu firmata dai socialisti francesi non davanti ai vincitori tedeschi, bens\u00ec davanti all\u2019ala liberista della stessa sinistra francese (Jacques Delors). Ebbene \u201cstrategie nazionali per la piena occupazione sono oggi ancor pi\u00f9 difficili\u201d (p. 183). Dunque: che fare?<\/p>\n<p>Intanto vediamo cosa <em>non<\/em> fare, secondo Cesaratto. Il quale si mostra giustamente scettico nei confronti di un certo semplicistico \u201csovranismo nazionale\u201d. Non crede che l\u2019uscita dell\u2019Italia dall\u2019eurozona, con ritorno a una Lira che svaluterebbe immediatamente, sia sufficiente per avviarla verso la piena occupazione. E non si pu\u00f2 dargli torto. Mettiamola cos\u00ec: nella migliore delle ipotesi, dato il clima di depressione in cui ci troviamo in Europa, \u00e8 possibile che il governo di un paese con economia piccola e molto aperta usi politiche espansive, difendendole con un cambio flessibile, per portare il tasso di crescita medio del PIL su valori positivi, e questo sarebbe gi\u00e0 un buon risultato per l\u2019Italia. Per \u201ceconomia piccola\u201d s\u2019intende una che non \u00e8 capace di far crescere in misura rilevante le proprie esportazioni in seguito a un aumento delle proprie importazioni. Un\u2019economia \u201cgrande\u201d era quella degli USA negli anni 1950-70.<\/p>\n<p>Le economie di paesi come l\u2019Italia, la Svezia, il Regno Unito e il Giappone sono da considerare piccole. Ebbene confrontiamo il tasso di crescita medio annuo del PIL di questi 4 paesi nel periodo 2007-15 (fonte World Bank): Italia -0,75; Svezia 1,51; Regno Unito 1,11; Giappone 0,39. Gli esempi non sono scelti a caso. L\u2019economia italiana \u00e8 confrontata con quella di tre paesi di dimensioni e grado di apertura comparabili, ma che si trovano fuori dall\u2019eurozona. Peraltro sono economie un po\u2019 diverse tra loro: si pensi al Regno Unito, che ha un deficit strutturale del conto corrente, il quale permane nonostante il deprezzamento della Sterlina; oppure alla Svezia, che ha migliorato il saldo commerciale con un apprezzamento della Corona. Sia come sia, forse per un\u2019Italia che esce dalla UE per svalutare (sperando che gli altri paesi europei non reagiscano con svalutazioni competitive) un tasso di crescita medio dell\u20191,5% non sarebbe impossibile. Nondimeno, lo scetticismo di Cesaratto resta pienamente giustificato perch\u00e9, dopo un quarto di secolo di crescita stentata e un decennio di decrescita infelice, ci vuole ben altro per raggiungere la piena occupazione, diciamo: almeno un quindicennio di sviluppo a un tasso intorno al 4%.<\/p>\n<p>Cesaratto non crede molto, oltre che alla svalutazione, neanche alla politica industriale, neanche a quella mirata alla sostituzione delle importazioni. Non \u00e8 che la rifiuti, ma pensa che sia difficile da attuare in tempi brevi, e che \u201ca sinistra ci si sciacqui troppo spesso la bocca con le magnifiche sorti e progressive della politica industriale\u201d (p. 200). Si pu\u00f2 allora pensare a una nuova Europa? Magari una Confederazione del sud Europa? Sarebbe un\u2019economia pi\u00f9 grande di quella italiana e avrebbe un pi\u00f9 basso grado di apertura, dunque dovrebbe fronteggiare un vincolo esterno meno stringente. Ahim\u00e9! Cesaratto considera l\u2019europeismo non solo utopistico, \u201cvelleitario a sinistra, liberista a destra\u201d (227), ma autolesionista. Non parliamo poi dei sogni de \u201cl\u2019indefesso internazionalista\u201d (247), che non ha capito che il socialismo si costruisce in un solo paese. Ma \u2013 ci si pu\u00f2 domandare \u2013 non \u00e8 questa una forma di \u201csovranismo nazionale\u201d? Ed \u00e8 possibile costruire il socialismo in un solo paese\u2026 sud-europeo, o almeno lottarvi con successo per l\u2019aumento dell\u2019occupazione e dei salari, quando l\u2019Europa \u00e8 dominata dall\u2019hybris neo-mercantilista?<\/p>\n<p>Gran parte delle motivazioni dello scetticismo di Cesaratto vengono fornite nel capitolo quinto, che \u00e8 una ricostruzione accurata e molto illuminante della \u201ccongiuntura pi\u00f9 lunga\u201d, cio\u00e8 di quella fase della storia economica e politica italiana che va dalle \u201coccasioni mancate\u201d degli anni \u201960 alla catastrofe contemporanea. Questo capitolo ci fa capire che l\u2019Unione Europea e la moneta unica non hanno fatto che aggravare elementi di crisi e di debolezza che erano presenti almeno da met\u00e0 degli anni \u201970. Ci ragguaglia inoltre sull\u2019importanza del \u201cgolpe bianco\u201d messo in atto nel 1981 da Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi con il \u201cdivorzio\u201d della Banca d\u2019Italia dal Tesoro, un atto eversivo che mirava a trasformare la Banca Centrale in uno strumento di disciplina del movimento operaio, secondo un modello che era stato ampiamente sperimentato in Germania. Senonch\u00e9 in Germania lo strumento funzionava rapidamente e come meccanismo di aggiustamento di breve periodo: se i sindacati chiedevano troppo, la Buba (con la scusa di controllare l\u2019inflazione) alzava il tasso di sconto e i lavoratori dovevano accettare una riduzione dell\u2019occupazione.<\/p>\n<p>In Italia invece ha creato le condizioni per una progressiva deindustrializzazione e per un abbattimento secolare della combattivit\u00e0 operaia. Il dramma si \u00e8 svolto in tre atti. Atto primo: il debito pubblico sale alle stelle (essendo il tasso d\u2019interesse schizzato a livelli stratosferici a causa della politica di riarmo di Reagan prima e quella di riunificazione tedesca poi). Atto secondo: L\u2019Italia entra nell\u2019Eurozona impegnandosi a ridurre il debito pubblico, o almeno il deficit di bilancio, mediante politiche fiscali restrittive (con Angela Merkel che assegna i compiti da fare a casa). Atto terzo: il ricatto di Marchionne (o voti democraticamente una riduzione dei tuoi diritti o perdi il posto di lavoro) viene universalizzato da Renzi con il Jobs Act, la minaccia essendo resa credibile dal lungo trend decrescente dell\u2019occupazione industriale. Il capitolo si conclude con la dimostrazione che questa Europa non \u00e8 riformabile, non \u00e8 vittima di errori che possano essere corretti, ma \u00e8 la conseguenza di una precisa scelta politica, essendo stata costituita proprio per funzionare come \u201cuno strumento disciplinare delle classi lavoratrici, in particolare dell\u2019indisciplinato sud, Francia inclusa\u201d (p. 246).<\/p>\n<p>E veniamo all\u2019ultimo capitolo, il pi\u00f9 bello e pi\u00f9 profondo. Devo fare tanto di cappello al professor Cesaratto, che riesce a far capire a tutti il funzionamento della politica della BCE nell\u2019era Draghi, impresa non facile data la complessit\u00e0 di molti tecnicismi e delle teorie monetarie che gli stanno dietro. Draghi non \u00e8 un rozzo monetarista, tantomeno un seguace del nazional-liberismo <em>sch\u00e4ubliano. <\/em>La Provvidenza ha voluto dare al nemico di classe l\u2019uomo giusto al momento giusto nel posto giusto: un liberale neo-keynesiano al controllo della politica monetaria in un momento critico della storia della UE. Se al posto suo ci fosse stato un Weidmann qualsiasi, oggi l\u2019UE non esisterebbe pi\u00f9. Sarebbe saltata, se non con le crisi dei piccoli paesi periferici (Portogallo, Irlanda, Cipro, Grecia,) senz\u2019altro con la crisi del debito che ha colpito Italia e Spagna nel 2011. Draghi ha dapprima lasciato fare \u201ci mercati\u201d, cos\u00ec creando le condizioni per la caduta dei governi che non si decidevano ad attuare le \u201criforme\u201d, poi \u00e8 intervenuto facendo rientrare la crisi con delle semplici (si fa per dire) manovre di espansione monetaria (gustoso il passo in cui Cesaratto ci fa fare quattro risate quando rievoca il tentativo di Mario Monti di prendersene il merito). Ma non voglio togliere al lettore il piacere di leggersi questo capitolo parola per parola. Anzi gli consiglio di cominciare a leggere il libro proprio da qui, dalla fine.<\/p>\n<p>Devo riprendere invece il discorso sul \u201cche fare\u201d. La tesi fondamentale \u00e8: dato che l\u2019UE \u00e8 irriformabile, bisogna puntare sull\u2019Italexit. Ormai un numero crescente di economisti, di politici e di persone di buon senso se ne sta convincendo. E dopo l\u2019osservazione del trattamento spietato che i nazional-liberisti tedeschi e la Troika hanno riservato alla Grecia, questo processo di conversione sta assumendo le dimensioni di una valanga. Per come la vedo io, l\u2019uscita dell\u2019Italia dall\u2019Unione Europea va intesa come una mossa tattica volta ad abbattere la dittatura \u201ceurista\u201d e creare le condizioni per far ripatire rapidamente il processo di unificazione politica europea (dell\u2019Europa del Sud, inclusa la Francia) su base democratica e sociale. Ma Cesaratto non la vede cos\u00ec. Lui propone<em> l\u2019Italexit <\/em>come una strategia che mira a salvare solo l\u2019Italia, senza \u201cvelleitarismi\u201d europeisti e internazionalisti. E insiste molto su questa tesi, nonostante la sua insofferenza per il \u201csovranismo nazionale\u201d e nonostante abbia convincentemente documentato la d\u00e9b\u00e2cle di Tony Benn e di Fran\u00e7ois Mitterand. Ma allora cosa ha in mente?<\/p>\n<p>Be\u2019, ormai dovrebbe essere chiaro. Una volta fatto lo sconto alla svalutazione, alla politica industriale e alla Confederazione Europea, non resta che puntare sull\u2019innalzamento di barriere commerciali. Non \u00e8 che Cesaratto vada matto per l\u2019autarchia. La sua posizione resta problematica. La domanda che si pone \u00e8: cosa pu\u00f2 fare un paese che volesse adottare politiche progressiste in isolamento? Per\u00f2 ci si pu\u00f2 domandare a nostra volta: se le svalutazioni fossero inefficaci in quanto susciterebbero svalutazioni competitive, come pu\u00f2 essere pi\u00f9 efficace il protezionismo? Perch\u00e9 Germania, Francia e Spagna dovrebbero volersi difendere da una svalutazione italiana e non da una tariffa italiana? Si consideri anche il fatto che le svalutazioni non sono proibite dai trattati internazionali. Il protezionismo invece lo \u00e8, ed \u00e8 sanzionabile in base alla Dispute Settlement Understanding che l\u2019Italia ha sottoscritto nel WTO. Ora, \u00e8 vero che, dopo lo scoppio della crisi, molti paesi hanno fatto ricorso a politiche protezionistiche pi\u00f9 o meno larvate (ad oggi sono state ben 514 le cause arbitrate dal Dispute Settlement Body, con un trend decrescente fino al 2007, crescente dopo). Ma \u00e8 anche vero che questo \u00e8 stato uno dei fattori che hanno contribuito a cronicizzare la crisi. Se tutti fanno gli opportunisti, nessuno porta a casa niente: se la somma delle importazioni mondiali diminuisce, nella stessa misura diminuisce la somma delle esportazioni.<\/p>\n<p>Probabilmente Cesaratto ha in mente una situazione in cui l\u2019Italia esce dalla UE e cerca di farcela da sola usando un po\u2019 di svalutazione, un po\u2019 di politiche industriali e un po\u2019 molto di protezionismo. Ci\u00f2 che invece rifiuta categoricamente \u00e8 l\u2019idea di puntare a un processo di federazione del Sud Europa. Il che suona strano, dal momento che le stesse politiche protezionistiche sono tanto pi\u00f9 efficaci quanto pi\u00f9 grande \u00e8 il paese che le applica. Infatti le industrie nazionali che devono produrre i sostituti delle importazioni raggiungono pi\u00f9 facilmente l\u2019efficienza economica se operano in un mercato interno grande. Inoltre le industrie esportatrici che devono fronteggiare le rappresaglie commerciali degli altri paesi hanno probabilit\u00e0 di sopravvivenza tanto pi\u00f9 alte quanto pi\u00f9 ampio \u00e8 il mercato interno.<\/p>\n<p>Ora, \u00e8 un dato di fatto che, grazie a questa Unione Europea, in tutto il continente i vecchi sentimenti europeisti stanno cedendo il campo a un ritorno del nazionalismo. Non sorprende perci\u00f2 l\u2019antieuropeismo di Cesaratto. Secondo lui \u201cl\u2019unica Europa auspicabile \u00e8 quella di stati nazionali sovrani che cooperino strettamente\u201d. Come? Con il protezionismo e le svalutazioni competitive? Forse pensa a un\u2019unione doganale europea che si limita a difendersi dal dumping sociale, fiscale e ambientale cinese? Senonch\u00e9 i pi\u00f9 importanti competitori commerciali dell\u2019Italia stanno in Europa. Ma allora, se il problema \u00e8 difendersi dalla concorrenza tedesca e francese, come si pu\u00f2 sperare che questi paesi \u201ccooperino strettamente\u201d con un\u2019Italia che pratica la forma pi\u00f9 ostile di mercantilismo? O forse Cesaratto vagheggia un\u2019unione doganale latina che si difende con barriere non tariffarie dal mercantilismo tedesco? In ogni caso, sorprende che consideri realistica una cooperazione internazionale basata sulla pi\u00f9 sciovinista delle politiche mercantiliste, mentre considera utopistica la costruzione di un\u2019altra Europa, democratica e socialista.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 detto, devo ribadire che il libro \u00e8 illuminante, e lo consiglio non solo agli studenti, ai militanti, ai giornalisti e alle persone colte in genere, ma anche a molti economisti, specialmente a quelli che si muovono sulla cresta dell\u2019onda delle mode ideologiche. Il neoliberismo sta crollando e, a quanto pare, i venti dell\u2019egemonia stanno cambiando. Forse potrebbero ora soffiare nella direzione auspicata da Cesaratto.<\/p>\n<p><em>Sergio Screpanti<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Articolo originariamente pubblicato su Sinistrainrete.info Sei lezioni di economia (Imprimatur, Reggio Emilia, 2016, \u20ac17,00) di Sergio Cesaratto \u00e8 un libro importante che esce in un [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"footnotes":""},"categories":[30],"tags":[116,263,302],"topic":[9,10],"expert":[542,319],"class_list":["post-3234","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-opinions","tag-eurozona","tag-sei-lezioni-di-economia","tag-unione-europea","topic-eurozona","topic-unione-europea","expert-ernesto-screpanti","expert-sergio-cesaratto"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.4 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Sei lezioni di economia per capire la crisi pi\u00f9 lunga &#8211; 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