{"id":7270,"date":"2022-05-02T11:25:26","date_gmt":"2022-05-02T10:25:26","guid":{"rendered":"https:\/\/asimmetrie.org\/?p=7270"},"modified":"2022-08-03T11:51:31","modified_gmt":"2022-08-03T10:51:31","slug":"recensione-di-il-danno-scolastico-di-paola-mastrocola-e-luca-ricolfi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/asimmetrie.org\/en\/interventi\/opinions\/recensione-di-il-danno-scolastico-di-paola-mastrocola-e-luca-ricolfi\/","title":{"rendered":"Recensione di &#8220;Il danno scolastico&#8221; di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi"},"content":{"rendered":"\n<p>Paola Mastrocola, gi\u00e0 autrice di uno dei libri pi\u00f9 lucidi e tempestivi sulla deriva dell\u2019istruzione in Italia<a href=\"#_ftn1\" id=\"_ftnref1\">[1]<\/a>, e Luca Ricolfi hanno pubblicato qualche mese fa uno studio, <em>Il danno scolastico<\/em>, in cui rilevano che i frequenti cambiamenti per rendere democratica e ugualitaria la scuola, nell\u2019umiliarla sul piano culturale, l\u2019hanno trasformata in un <em>danno<\/em> per i ceti inferiori: omettendo di istruirli, essa li priva di un mezzo efficace di ascesa sociale, e indirettamente avvantaggia chi proviene dai ceti elevati, a cui \u00e8 rafforzato il consueto monopolio delle posizioni pi\u00f9 ambite. In una parola, la scuola ugualitaria non solo fa mancare le condizioni necessarie al riprodursi della civilt\u00e0, ma realizza il contrario di quello che vuole instaurare, esaspera cio\u00e8 la disuguaglianza sociale.<\/p>\n\n\n\n<p>Aver tematizzato l\u2019uguaglianza ha consentito agli autori di chiamare in causa il ruolo che i suoi fautori svolgono nella crisi della scuola. Bench\u00e9 ispirate da istituzioni sovranazionali orientate al neoliberalismo, le riforme dell\u2019istruzione hanno acquisito il loro furore palingenetico perch\u00e9 sono state implementate da una burocrazia ministeriale erede dell\u2019ideale ugualitario e legata alla prassi della <em>rivoluzione dall\u2019alto<\/em>. Mastrocola e Ricolfi individuano con precisione il mezzo con cui essa ha scatenato la rivoluzione pedagogica: le sue innovazioni si sono spinte oltre il <em>diritto allo studio<\/em>, fino ad affermare un nuovo, inaudito, <em>diritto al successo formativo<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Difficile non avvertire la loro differenza: diritto allo studio \u00e8 la forma preliminare del diritto al lavoro, \u00e8 il diritto alle condizioni <em>iniziali<\/em> necessarie a padroneggiare i mezzi con cui la libert\u00e0 provvede a s\u00e9 rendendosi utile agli altri; diritto al successo formativo \u00e8 invece il dono del <em>fine<\/em> senza la fatica del mezzo, senza la durezza della disciplina. Il salto mortale dalla scuola che potenzia la libert\u00e0 dandole accesso ai mezzi, alla scuola che consegna un successo scontato a discenti ridotti ad assistiti \u2013 quest\u2019acrobazia dall\u2019uguaglianza delle condizioni iniziali all\u2019uguaglianza del risultato definisce l\u2019essenza della scuola attuale.<\/p>\n\n\n\n<p>La burocrazia palingenetica non ignora che l\u2019elusione del mezzo significa in generale la rinuncia al fine. Essa fronteggia l\u2019inconveniente, in parte, ricorrendo al residuo della vecchia passione rivoluzionaria da sempre ostile alla scienza disinteressata (\u00abOdio gli indifferenti\u00bb, confessava Gramsci), ridimensionando cio\u00e8 il fine teoretico della scuola entro il confine delle <em>competenze<\/em> utili; in parte, con un\u2019eco della polemica neoliberale contro lo Stato, rappresentando i docenti come inutili fannulloni per spostare dai discenti su di loro tutta la fatica del mezzo. Ai docenti \u00e8 dunque imposto di uscire dall\u2019antica autosufficienza teoretica, dalla superba <em>torre d\u2019avorio<\/em>, e di mettersi all\u2019inseguimento delle esigenze del mercato e del territorio; inoltre, non pi\u00f9 conoscitori e amanti delle loro discipline, ma tecnologi della didattica in perenne tensione innovativa, devono diventare capaci di portare il discente al piccolo obiettivo economicamente funzionale senza che se ne accorga, mentre gioca davanti a un video. Il risultato finale della mancata istruzione \u00e8 dissimulato dall\u2019ipocrisia di rilasciare certificati che attestano il successo di attivit\u00e0 mai iniziate, il raggiungimento di mete verso le quali non ci si \u00e8 neanche incamminati. La stessa burocrazia ministeriale riconosce l\u2019evidenza del fallimento, ma, anzich\u00e9 al suo attivismo sconsiderato, lo imputa ossessivamente ai residui della vecchia scuola e alla senilit\u00e0 ostile dei docenti, dunque, anzich\u00e9 cogliervi l\u2019occasione del ripensamento, ne fa lo stimolo a ulteriori ondate di innovazione pedagogica.<\/p>\n\n\n\n<p>La spericolata sostituzione dello studio del discente con la tecnologia didattica del docente vuole nobilitarsi attribuendosi il titolo di \u00absperimentazione\u00bb. Bench\u00e9 in Italia siano state istituite cattedre di <em>pedagogia sperimentale<\/em>, il titolo \u00e8 pi\u00f9 adatto a sollevare perplessit\u00e0 che a diffondere aura scientifica. <em>Sperimentare<\/em> significa semplificare i nessi fenomenici fino a mostrarli come esempi di nessi causali universali, cos\u00ec da passare dall\u2019apparente casualit\u00e0 alla necessit\u00e0 sostanziale. Feconda nella conoscenza della natura, nell\u2019ambito spirituale la sperimentazione genera un contrasto tra l\u2019oggetto e il fine: l\u2019oggetto \u00e8 un io non solo casuale, ma <em>libero<\/em>, in grado, cio\u00e8, di sottrarsi al nesso di causalit\u00e0; sperimentare sullo spirito equivale dunque a farlo regredire all\u2019automatismo naturale delle risposte, cio\u00e8 a violarlo. Non \u00e8 difficile avvertire nel cinismo sotteso alle sperimentazioni scolastiche l\u2019eco degli esperimenti sociali con cui l\u2019utopia novecentesca intendeva plasmare l\u2019uomo nuovo piegando la volont\u00e0 degli uomini viventi. Oltre a reggersi sul terrore poliziesco, nel suo lato costruttivo, l\u2019utopia si ridusse alla manipolazione propagandistica della realt\u00e0 per produrre falsa coscienza. L\u2019attuale scuola sperimentale non sfugge a questo destino: la rinuncia all\u2019impegno teoretico \u00e8 compensata dal fiorire delle \u00abeducazioni\u00bb, vale a dire dalla manipolazione al servizio delle ideologie pi\u00f9 in voga.<\/p>\n\n\n\n<p>Aver introdotto nella scuola il diritto al successo formativo \u00e8 l\u2019effetto ultimo dell\u2019estraneit\u00e0 di un volontarismo utopico ancora inestinto alla sobriet\u00e0 dello spirito teoretico. Poich\u00e9 disprezza la conoscenza, che \u00e8 la luce sulla realt\u00e0, il volontarismo \u00e8 abituato a chiudersi in un buio solo momentaneamente squarciato dai lampi delle sue nobili intenzioni; in quest\u2019oscurantismo che si sente illuminato perch\u00e9 ignora le conseguenze del suo fare, si verifica, tra le altre, la collisione dell\u2019ugualitarismo progressista con la mobilit\u00e0 sociale, che Mastrocola e Ricolfi rilevano. Essa \u00e8 meno paradossale di quanto possa apparire: essendo la facilit\u00e0 con cui gli individui si spostano da una classe all\u2019altra, la mobilit\u00e0 sociale <em>presuppone<\/em> l\u2019esistenza di classi differenti, implica dunque una concezione, se non positiva, almeno tollerante della differenza sociale; ma il diritto della differenza non pu\u00f2 essere ammesso dal volontarismo utopistico che fa dell\u2019uguaglianza il principio etico <em>supremo<\/em>, superiore perfino alla libert\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>La libert\u00e0 di solito \u00e8 intesa come fare ci\u00f2 che si vuole senza nuocere agli altri \u2013 una concezione che esprime pi\u00f9 la sua casualit\u00e0 e la sua limitatezza che la sua essenza. Vi \u00e8 per\u00f2 implicito che la libert\u00e0 \u00e8 il <em>potere<\/em> della volont\u00e0. Questo potere ha due significati: come <em>negativo<\/em>, essa \u00e8 respingere ogni vincolo e ritrarsi nel proprio s\u00e9; come <em>positivo<\/em>, \u00e8 l\u2019estendersi dell\u2019io fuori di s\u00e9, il <em>dominium<\/em> sulle cose e l\u2019<em>altrui<\/em> riconoscimento di questo dominio. La <em>propriet\u00e0<\/em> e il <em>diritto<\/em>, come dominio riconosciuto della persona sulle cose e come irriducibilit\u00e0 della persona a cosa, sono dunque l\u2019esistenza positiva della libert\u00e0. Sul potere privato, sul dominio che la persona esercita sulla cosa, si eleva il potere pubblico, l\u2019<em>imperium<\/em>, che \u00e8 tale solo in quanto si esercita sulle persone conservandole come tali. L\u2019<em>imperium<\/em> che diventi <em>dominium<\/em> sugli uomini \u00e8 invece la degenerazione dello Stato in tirannia: il potere pubblico si fa privato e riduce le persone a cose.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019uguaglianza dipende dalla libert\u00e0. Essa <em>non<\/em> \u00e8 nell\u2019immediatezza corporea e spirituale degli individui, che \u00e8 differenziata secondo qualit\u00e0 e quantit\u00e0, ma nel riconoscimento del dominio di ogni io sulle cose, nel riconoscimento di ogni io come persona. Poich\u00e9 per\u00f2 l\u2019uguaglianza delle persone \u00e8 almeno compatibile con la loro disuguaglianza come individui, l\u2019ugualitarismo la trova ipocrita e mira, anzich\u00e9 ad assicurare le condizioni del riconoscimento effettivo della personalit\u00e0 di ognuno, all\u2019uguaglianza degli individui, a spegnerne l\u2019<em>io<\/em> nel <em>noi<\/em>, dunque ad abolire la propriet\u00e0 e la persona. La buona intenzione di eliminare per sempre l\u2019umiliazione a cui gli individui possono essere esposti si rovescia nel generalizzare l\u2019umiliazione annientando la persona.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019intero Novecento \u00e8 tormentato da buone intenzioni che avvelenano le sorgenti del bene. Mastrocola e Ricolfi ricordano come Don Milani abbia condannato la scuola accusandola di impedire l\u2019emancipazione dei poveri. A suo dire, la scuola ha respinto Gianni perch\u00e9 gli ha imposto la cultura elevata a cui lui, povero che neanche parla italiano, non poteva accedere, e ha promosso Pierino perch\u00e9, ricco, aveva gi\u00e0 succhiato dal suo ambiente famigliare gli elementi della cultura elevata<a href=\"#_ftn2\" id=\"_ftnref2\">[2]<\/a>. Don Milani ha inteso superare l\u2019esclusivismo programmatico della scuola gentiliana, non tanto chiedendo che gli insegnanti incoraggiassero e aiutassero Gianni nel suo sforzo pi\u00f9 intenso per acquisire la conoscenza disinteressata di cui l\u2019ambiente familiare non gli aveva dato gli inizi, quanto con una svolta radicale, accarezzando l\u2019immagine di una scuola senza cultura, che bandisse la grammatica, l\u2019astrazione matematica, l\u2019Iliade tradotta dal Monti e la lingua latina, e le sostituisse con il giornale e il contratto dei metalmeccanici<a href=\"#_ftn3\" id=\"_ftnref3\">[3]<\/a>. Don Milani \u00e8 cos\u00ec divenuto il riferimento della scuola attuale che, pur non avendo pi\u00f9 Gianni nelle sue aule, rinuncia allo sforzo della conoscenza disinteressata, cio\u00e8 attua il peggio del trionfo dell\u2019ignoranza per combattere il male, esagerato ad arte, dell\u2019esclusione sociale. L\u2019ugualitarismo non vi trova un inconveniente proibitivo, perch\u00e9 la simpatia umanitaria che ostenta per Gianni non \u00e8 che un riflesso di una pi\u00f9 radicale antipatia per Pierino e per la differenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Mentre la differenza, con i suoi inesauribili capricci, eccita il desiderio di tagliare corto, l\u2019uguale \u00e8 semplice, dunque facile da conoscere, <em>evidente<\/em> al punto da sembrare vero. Non solo la mancata elaborazione storiografica dell\u2019ugualitarismo novecentesco, perfino le dimostrazioni consuete, quelle che <em>more geometrico<\/em> riportano le proposizioni non evidenti, perch\u00e9 complesse, alle proposizioni evidenti perch\u00e9 semplici, possono rafforzare il prestigio dell\u2019uguaglianza e lasciare intatto il pregiudizio, caro all\u2019invidia, che in definitiva ogni differenza sia solo un male da superare. \u2013 A noi sembra che una certa indulgenza verso l\u2019ideale dell\u2019uguaglianza si faccia sentire addirittura nel \u00abDanno scolastico\u00bb. Esso procede a dimostrare la sua ipotesi con semplificazioni tali che infine non comprendiamo se faccia proprio l\u2019ugualitarismo per combattere gli avversari sul loro terreno o perch\u00e9 non ne \u00e8 libero. A p. 183 le varie sfumature sociali sono ridotte dapprima a 6 classi, che sono poi polarizzate in due categorie: ceti alti e ceti bassi. Queste semplificazioni, certo necessarie per assoggettare le relazioni sociali al calcolo, non sono esse stesse calcoli, non sono manipolazioni analitiche indifferenti al contenuto, ma trasformano <em>qualitativamente<\/em> il loro oggetto. Mentre infatti le differenze sociali sono una ricca gamma in cui si incrociano le complementarit\u00e0 che consentono la relativa autonomia della societ\u00e0 civile, il loro semplificarsi nell\u2019opposizione <em>alto\/basso<\/em> equivale alla visione messianica, per cui la differenza sociale non \u00e8 essenzialmente divisione del lavoro e collaborazione, ma \u00e8 essenzialmente <em>sfruttamento<\/em> e <em>lotta di classe<\/em>. Cos\u00ec, a p. 178, appare una retorica compromettente: \u00abNella categoria ceti alti ci sono in tutto quaranta (milioni di) persone, di cui dieci <em>precipitano<\/em> nei ceti bassi e trenta <em>riescono a rimanere<\/em> in quelli alti.\u00bb Se il figlio di un insegnante preferisce fare il contadino e l\u2019altro figlio preferisce fare l\u2019insegnante, secondo questa retorica non seguono la strada che si sono scelti e nella quale possono entrambi realizzarsi, ma, come due naufraghi nella burrasca, il primo <em>precipita<\/em> dal ceto alto nel ceto basso, il secondo <em>riesce a rimanere<\/em> nel ceto alto. Non solo. Si legge nella stessa pagina: \u00abOra il rapporto fra <em>vincitori<\/em> nella <em>corsa sociale<\/em> e <em>vinti<\/em> non \u00e8 2 ecc.\u00bb Sembrerebbe che anche per gli autori la societ\u00e0 non sia essenzialmente un differenziarsi collaborativo in cui ci sono momenti di conflitto conciliati dalle istituzioni giuridiche, ma una gara (\u00abcorsa sociale\u00bb), che termina con dei <em>vincitori<\/em>, i \u00abceti alti: borghesia, classe media impiegatizia, piccola borghesia urbana\u00bb e con dei &nbsp;<em>vinti<\/em>, i \u00abceti bassi: piccola borghesia agricola, classe operaia urbana, classe operaia agricola\u00bb. Questa accettazione del mito della societ\u00e0 come lotta per accaparrarsi i posti migliori ha senz\u2019altro il vantaggio di scoprire la contraddizione dei progressisti: quella di aver dequalificato la scuola per amore dell\u2019uguaglianza, e proprio per questo aver intensificato la disuguaglianza; vale a dire, aver indebolito la democrazia per rafforzare la democrazia. Tuttavia c\u2019\u00e8 un compito anche pi\u00f9 urgente: uscire dall\u2019orrore teorico e pratico del Novecento germinato dall\u2019odio di classe leninista, liberarsi dal primato della ragione pratica e dalle sue semplificazioni, e riconoscere il primato della ragione teoretica, che sa riconoscere la differenza, restituire i diritti al presente e al passato, rimettere a Dio il futuro.<\/p>\n\n\n\n<p>In questa prospettiva, la conoscenza non \u00e8 solo strumento di promozione sociale, ma \u00e8 fine incondizionato. Padroneggiare la scrittura, saper misurare i fenomeni, conoscere le lingue, non \u00e8 solo utile ad altro, \u00e8 utile in s\u00e9 stesso, significa ridurre l\u2019estraneit\u00e0 dell\u2019oggetto, vivere in un esterno nel quale si \u00e8 non solo alienati come se si fosse al buio, ma anche riconciliati con s\u00e9 dalla luce delle cose; in una parola, significa essere liberi. Se non \u00e8 posta sul piano del significato intimo della conoscenza, la critica all\u2019incubo progressista si perde essa stessa in schemi sociologici omogenei alla concezione materialistica della storia. Cos\u00ec sembra la concezione leninista della societ\u00e0 come guerra civile quella che ispira queste proposizioni a p. 198: \u00ab\u00c8 come se la qualit\u00e0 della scuola avesse la capacit\u00e0 di catapultare un ragazzo da un mondo sociale a un altro, facendolo viaggiare fra un contesto in cui pu\u00f2 giocare le sue carte e uno in cui il suo destino \u00e8 sostanzialmente segnato dall\u2019origine: accettare l\u2019abbassamento della qualit\u00e0 della scuola significa consentire che il viaggio sia verso l\u2019inferno della disuguaglianza, in cui sono i Pierini a vincere e i Gianni a soccombere.\u00bb Per quanto sia un momento della libert\u00e0 stessa che ognuno possa raggiungere la posizione sociale in cui dispiegare il talento e la capacit\u00e0 di lavoro, la dipendenza del soggetto dalle aspirazioni di carriera \u00e8, come ogni dipendenza, un vizio: <em>ambizione<\/em>, o anche <em>vanit\u00e0<\/em>. Ma \u00e8 stupefacente che si parli di <em>inferno della disuguaglianza <\/em>dopo che il secolo da cui proveniamo \u00e8 stato segnato dal disprezzo dell\u2019uomo negli <em>inferni dell\u2019uguaglianza<\/em>, e ancora pi\u00f9 stupefacente che si identifichi l\u2019alta condizione sociale con la vittoria e la condizione sociale bassa con la sconfitta, quasi che il lavoratore non abbia un io e non possa godere della stessa libert\u00e0 e dignit\u00e0 dell\u2019imprenditore, quasi che al primo sia preclusa la felicit\u00e0 e all\u2019altro sia assicurata<\/p>\n\n\n\n<p>La scuola che disciplina i suoi alunni in modo che apprendano pu\u00f2 certo facilitare loro una posizione che la sociologia giudica superiore ad altre; tuttavia, oltre a fare molto per la loro promozione sociale \u2013 mostrarlo con i numeri \u00e8 l\u2019obiettivo del libro e bisogna essergli riconoscenti del tentativo \u2013, come pure per il progresso complessivo dell\u2019umanit\u00e0, essa fa molto di <em>pi\u00f9<\/em> per la loro libert\u00e0 e la loro felicit\u00e0: li sottrae al sogno della soggettivit\u00e0 narcisistica, li desta al valore dell\u2019oggettivo \u2013 li incoraggia a darsi un carattere <em>libero<\/em>. Come sempre, nel lavoro condizionato dal fine esterno \u00e8 contenuto un pi\u00f9 importante raggiungimento di fini incondizionati.<\/p>\n\n\n\n<p>La distruzione della scuola in nome della guerra al classismo non seguiva un piano razionale, ma era sospinta da una muta di istinti oscuri: l\u2019attivismo totalitario del burocrate, l\u2019arrivismo conformista dei presidi, la rassegnazione cinica degli insegnanti, l\u2019irresponsabilit\u00e0 dei genitori che si lasciano illudere dalle valutazioni alte, la grettezza di un capitalismo italiano che non apprezza, neanche tollera, la cultura disinteressata, e soprattutto il nichilismo di un istinto ugualitario che disprezza la conoscenza per affidarsi alla magia del volontarismo. Ricolfi e Mastrocola hanno il grande merito di rompere con l\u2019ipocrisia e di chiamare le cose con il loro nome; poich\u00e9 per\u00f2 deve fronteggiare istinti pi\u00f9 che progetti, la critica della scuola ugualitaria attuale deve non solo rilevare il rallentamento della mobilit\u00e0 sociale, ma anche porsi su un piano pi\u00f9 profondo, cio\u00e8 quello della critica del volontarismo magico che disprezza la verit\u00e0 presente e si gloria delle magnifiche intenzioni.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-css-opacity\"\/>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref1\" id=\"_ftn1\">[1]<\/a> <em>La scuola raccontata al mio cane<\/em>, Guanda, Parma 2004.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref2\" id=\"_ftn2\">[2]<\/a> Scuola di Barbiana, <em>Lettera a una professoressa<\/em>, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1986, p. 19: \u00abVoi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta. Invece la lingua che parla e scrive Gianni \u00e8 quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. E il babbo serio: \u2018Non si dice lalla, si dice aradio\u2019. Ora, se \u00e8 possibile, \u00e8 bene che Gianni impari a dire anche radio. La vostra lingua potrebbe fargli comodo. Ma intanto non potete cacciarlo da scuola\u00bb. La giusta esigenza di non escludere <em>a priori<\/em> l\u2019alunno si confonde con la riduzione della lingua colta a un gergo, cio\u00e8 con il disprezzo del fine teoretico.<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"#_ftnref3\" id=\"_ftn3\">[3]<\/a> Ibid., pp. 23-30.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Paola Mastrocola, gi\u00e0 autrice di uno dei libri pi\u00f9 lucidi e tempestivi sulla deriva dell\u2019istruzione in Italia[1], e Luca Ricolfi hanno pubblicato qualche mese fa [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":7272,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"footnotes":""},"categories":[30],"tags":[25,303],"topic":[],"expert":[630,629],"class_list":["post-7270","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-opinions","tag-istruzione","tag-universita","expert-fausto-di-biase","expert-paolo-di-remigio"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v27.3 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Recensione di &quot;Il danno scolastico&quot; 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