Caro Zingales, la Troika non è l’unica possibilità

Alberto Bagnai 3 June 2016

Sul «Fatto Quotidiano» di ieri Luigi Zingales ha confermato quanto detto al «Corsera» il 19 dicembre scorso da Lars Feld, uno dei “saggi” della Merkel: data la situazione delle banche italiane, una crisi sistemica può essere evitata solo rivolgendosi al Meccanismo europeo di stabilità (Mes), cioè alla Troika.

Vuol dire far commissariare l’Italia dall’organismo che ha ridotto sul lastrico la Grecia, portandone il debito pubblico dal 145% del Pil nel 2010 al 197% nel 2015. Il 24 dicembre scorso ricordavamo che ciò vale nel caso in cui si intenda ricapitalizzare le nostre banche in euro. Ma siamo sicuri che sarebbe una buona idea? Un altro “saggio” della Merkel, Peter Bofinger, la pensa diversamente. Il 16 febbraio scorso ha detto al «Telegraph» che l’Italia potrebbe evitare la bancarotta solo adottando una nuova valuta nazionale.

Una proposta in sintonia con quella fatta da Zingales sul «Sole 24 Ore» del 9 maggio 2010, quando suggeriva che per salvare lo spirito europeo sarebbe stato meglio dividere l’euro in due con un “divorzio consensuale”. Lo Zingales di sei anni fa, disponibile a considerare un divorzio, non collima esattamente con quello che oggi auspica la Troika pur di tenere unita la famiglia. Non è una critica. Se “la coerenza è degli sciocchi” (Oscar Wilde), cambiare idea al mutare delle circostanze può essere segno di intelligenza, purché ci si muova nella direzione giusta. E allora vediamo dove stiamo andando, partendo da due fatti che potrebbero esservi sfuggiti.

Il 21 aprile scorso, la «Cnbc» riferiva lo scontento dei tedeschi verso la politica monetaria della Bce. I tassi prossimi allo zero praticati dalla Bce di Mario Draghi compromettono le prestazioni della previdenza integrativa e la redditività delle banche (che ormai devono pagare sia la Bce, se vi depositano la liquidità, sia i clienti, quando questi prendono soldi in prestito!).

Il 29 aprile scorso, il Dipartimento del Tesoro americano ha messo la Germania nella lista nera dei potenziali manipolatori del cambio (con la Cina, Taiwan, Corea, ecc…). Quando un paese ha il surplus commerciale più grande al mondo, ma la sua valuta (l’euro) perde quasi il 30% in un anno, il sospetto di manipolazione può sorgere!

Le due notizie non sono scollegate. Il filo rosso che le lega è l’ottusa intransigenza di certe élite tedesche. Come notava il 18 maggio scorso Desmond Lachman sul blog dell’«American Enterprise Institute», l’euro attribuisce alla Germania un vantaggio sleale. Le nostre élite cialtrone e bancarottiere ci hanno raccontato la favoletta dell’euro che le avrebbe moralizzate impedendo loro di svalutare la lira. La realtà dipinta da Lachman e dallo stesso Bofinger (su voxeu.org del 30 novembre 2015), è quella descritta quattro anni fa dal Tramonto dell’euro: l’euro è servito alla Germania a non rivalutare il marco, consentendole così di accumulare giganteschi surplus che causano i problemi descritti.

Un piccolo flashback: nel 1944, a Bretton Woods, John Maynard Keynes propugnò la creazione di una camera di compensazione internazionale in cui Paesi debitori e creditori avrebbero pagato un tasso di interesse sui propri saldi. Sì, avete letto bene: Keynes auspicava che i “virtuosi” creditori venissero penalizzati da un tasso negativo sui loro surplus. Questa proposta vi sembrerà assurda. Eppure, se ci pensate, il paese che accorda un credito a un altro fa un favore innanzitutto alle proprie industrie. Se non venisse finanziato, infatti, il paese debitore non potrebbe acquistare i beni prodotti dal creditore. Visto che entrambi i Paesi beneficiano della finanza, è giusto che entrambi la paghino. Inoltre, se il tesoretto dei creditori fosse penalizzato da un tasso negativo, questi sarebbero indotti a spenderlo, rianimando l’economia propria e altrui, e riducendo così il proprio surplus e l’altrui deficit.

Insomma: dovrebbero fare quello che gli Stati Uniti stanno chiedendo alla Germania. Nel mondo che voleva Keynes, quest’ultima non sarebbe mai arrivata a un surplus di 286 miliardi di dollari. Ma il mondo è quello che vollero gli Stati Uniti, rifiutando la proposta di Keynes e ponendo le basi per una nuova questione tedesca.

Gli ingenti squilibri accumulati manipolando il marco hanno messo la Germania in un vicolo cieco. Di abbandonare una parte dei debiti altrui non se ne parla (l’accordo del 24 maggio sulla Grecia lo dimostra), e quindi l’unica speranza di tenere insieme la baracca, portando un po’ di crescita nei paesi debitori e consentendo loro di rifinanziare il proprio debito, è fare dopo quello che Keynes suggeriva di fare prima: adottare tassi negativi. Ma questa soluzione scontenta tutti, e per primi, come abbiamo visto, quelli che l’hanno resa inevitabile, cioè gli stessi tedeschi! Seguono a ruota gli americani, perché i tassi negativi indeboliscono ancora di più l’euro, e il surplus tedesco si ingigantisce.

Quindi non c’è scampo? No, una via di scampo c’è, quella di Zingales (annata 2010): superare l’euro con un divorzio consensuale. Certo, i creditori tedeschi perderebbero parte dei loro crediti, ma eviterebbero la deflazione, che rischia di far perdere loro tutto. Lachman rimprovera al Tesoro americano di non fare propria con forza questa soluzione, l’unica logica in termini economici. Ma negli Stati Uniti si aspetta il risultato delle elezioni. Noi, nel frattempo, riflettiamo bene prima di legare nuovamente le nostre sorti a quelle del Reich millenario. L’Asse non fu una buona idea: la Troika rischia di essere peggiore.

Alberto Bagnai
Il Fatto Quotidiano, 1 giugno 2016

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