Il pentimento del prof. Giavazzi e il fallimento dei “bocconiani”

Alberto Bagnai 17 September 2015

La Siria è di attualità per motivi tragici. Regaliamoci un intermezzo comico analizzando la più recente conversione sulla via di Damasco: quella di Francesco Giavazzi. Il 7 settembre 2015 il nostro ha pubblicato con Richard Baldwin sul prestigioso portale Voxeu un eBook dall’altisonante titolo di La crisi dell’Eurozona: l’opinione dominante sulle cause e sulle poche soluzioni. Quale sarebbe questa opinione dominante (consensus view) secondo Giavazzi?

Ovviamente la sua ad oggi (settembre 2015): “La crisi dell’Eurozona non nasce come crisi di debito pubblico… nasce come una classica crisi da ‘arresto improvviso’ dei finanziamenti esteri (al settore privato, ndr). Quando il boom diventa recessione i governi perdono gettito fiscale e devono accollarsi i debiti privati (per salvare le banche, ndr), creando una crisi di debito pubblico”. Se il problema non era il debito pubblico, l’austerità non era la soluzione. Anzi! Il giudizioso Giavazzi ci segnala che essa è stata controproducente, ha “backfired”. Come quando Wile Coyote cerca di sparare un razzo a Beep Beep, ma il razzo rimane fermo (come l ’economia) e il coyote resta abbrustolito. I tagli “hanno avviato un ciclo di austerità”, cioè una situazione in cui “stringere la cinghia ha alimentato una recessione”, che ha poi causato l’insostenibilità anche dei conti pubblici.

Flashback: 22 gennaio 2013, Corriere della Sera, sempre Giavazzi (la spalla per l’occasione era Alesina). “Si sta diffondendo una sciocchezza, cioè un’opinione che non ha riscontri nell’evidenza empirica. Il rigore nei conti pubblici sarebbe la ragione per cui la recessione si prolunga e la disoccupazione non scende. Lo ripete da alcuni mesi Stefano Fassina”.

Oibò! Il Giavazzi che nel 2013 favellava curule dal suo scranno in Bocconi contro l’inerme Fassina è lo stesso che 957 giorni dopo pontifica da Voxeu proponendoci come sua mirabile trovata esattamente quello che diceva Fassina: l’austerità è recessiva e controproducente! Se posso, l’avevo scritto anch’io nel giorno della presa di servizio di Monti, il 16 novembre 2011, in un articolo rifiutato dal blog bocconiano lavoce.info con gesto platealmente opportunistico (non si doveva disturbare il manovratore). Ciò mi spinse ad aprire il mio blog, premiato il 12 settembre scorso come miglior sito di economia in Italia alla Festa della Rete.

L’avevo poi argomentato nel 2012 in un libro, Il tramonto dell’euro, che ha venduto 17.994 copie fino al 31 dicembre 2014, motivo per il quale Tommaso Monacelli (Bocconi) lo definisce “trasheconomics”. Ma Roberto Frenkel l’aveva detto tanto chiaramente fin dal 2009 sul Cambridge Journal of Economics: le crisi di una unione monetaria nascono nella finanza privata. È un semplice sviluppo delle teorie di Hyman Minsky (Washington University in St. Louis) sull’instabilità finanziaria. I bocconiani, però, Minsky non possono sopportarlo, perché lui diceva la verità senza fronzoli matematici, mentre loro agghindano il nulla con festoni di integrali. Paul Romer (New York University) stigmatizza sulla American Economic Review il fatto che spesso le formule non si allineino al ragionamento economico, restino puramente esornative (esempio: Michele Boldrin, secondo Romer). I fatti però hanno la testa dura, e quando i nodi vengono al pettine i fustigatori di costumi depongono l’analisi matematica (nell’ultimo articolo di Giavazzi non c’è nemmeno un’addizione) e confessano.

Mandiamo un sorriso al patriarca dei bocconiani (e al delirio di onnipotenza dei suoi discepoli). Ma è un sorriso amaro. Ultima di una lunga serie (aveva iniziato il bocconiano Perotti nel 2012, sconfessando il mito dell’austerità), questa conversione pone seri problemi di etica professionale. Sorprende la slealtà intellettuale con la quale, un po’ per salvare la faccia, un po’ per assumersi la paternità di idee non sue, il nostro evita di citare tutti gli economisti che avevano previsto quanto sta accadendo. Parliamo di personaggi quali Kaldor (Cambridge) o Dornbusch (MIT). Poi, sconcerta che una simile conversione a U sulla via dell’austerità avvenga senza spendere una parola non dico per le vittime che l’austerità ha fatto, ma almeno per spiegare perché si è cambiato idea.

Il percorso della conoscenza ammette errori, che sono proficui, se analizzati. Invece nulla. O meglio: qualcosa è successo. Sul Bollettino mensile della Bce leggiamo infatti che “la crisi è stata preceduta da squilibri finanziari fra i settori privati di alcuni paesi dell’Eurozona”. Chiaro? E voi direte: “Che novità! Lo ha già detto il vicepresidente della Bce ad Atene il 23 maggio 2013 che il problema non era la finanza pubblica!”. Sì, ma il Bollettino del quale vi sto parlando è quello di ottobre 2011. Quindi, chi nel 2013 accollava la colpa al debito pubblico per predicare il pensiero magico austeriano, o era disinformato, o… fate voi! Questa è la “compagnia malvagia e scempia” che si è fatta “matta ed empia” contro chi si è espresso per tempo e in coerenza con la migliore ricerca e le fonti istituzionali. Vi risparmio la terza rima.

Alberto Bagnai, 
Il Fatto Quotidiano, 16 settembre 2015

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