Che cosa significa davvero essere proprietari di un’automobile o di un elettrodomestico? La domanda, solo apparentemente facile, diventa sempre più attuale, e sempre più di incerta risposta, man mano che gli oggetti di uso quotidiano incorporano – oltre a software, sensori e processori – anche connessioni di rete, diventando oggetti “smart”. La rivoluzione digitale potrebbe così modificare l’effettivo contenuto, e dunque lo stesso significato, del diritto di proprietà, vale a dire del cardine del diritto privato moderno. Questo non perché un bene non verrà più formalmente acquistato, ma perché il suo funzionamento dipenderà sempre più da software e flussi di dati controllati da terzi e, in particolare, dallo stesso fornitore del prodotto. Questo tema è affrontato nel nostro ultimo policy brief, “La proprietà mutilata sui prodotti smart: analisi del problema e possibili rimedi”, di Mark Bosshard.
Tradizionalmente, chi acquista un bene ne diventa proprietario e può liberamente utilizzarlo, modificarlo, ripararlo e rivenderlo. Con i prodotti smart, invece, queste facoltà rischiano di essere condizionate da aggiornamenti obbligatori, licenze, servizi in cloud e contratti di tipo Software as a Service (SaaS). Il fornitore può così conservare, anche dopo la vendita, un potere significativo sul bene, modificandone le funzionalità, limitandone l’utilizzo, rendendone più difficile la riparazione o addirittura condizionandone la possibilità di rivendita.
Il problema sorge in particolare quando il software essenziale al funzionamento del prodotto non si trova nel dispositivo, ma opera in cloud. In questo caso, il proprietario del bene non dispone più di tutti gli strumenti per fruirne, mentre il fornitore può mantenere un controllo da remoto sul suo funzionamento. La proprietà diviene così “mutilata”: formalmente intatta, ma privata di alcune delle facoltà fondamentali che tradizionalmente la caratterizzano.
Questa pretesa “evoluzione” determina una regressione verso forme di signoria sul bene che ricordano, per certi versi, la frammentazione della proprietà dell’epoca pre-moderna. La tecnologia, anziché ampliare le libertà dell’acquirente, rischia di creare nuove asimmetrie di potere tra chi possiede il bene e chi ne controlla il funzionamento.
Da qui la proposta di ripensare gli strumenti giuridici esistenti a favore dell’acquirente, suggerendo nuove ipotesi di libera utilizzazione dei software e delle banche dati necessarie al funzionamento dei prodotti smart, nuove garanzie contrattuali nonché specifiche tutele ai sensi del Codice del consumo.
Il paper interroga il legislatore su una scelta di fondo nel diritto privato: quando viene acquistato un prodotto smart, l’acquirente acquisterà la signoria su quel bene, come per gli altri prodotti, oppure solo il diritto di utilizzarlo finché qualcun altro decide di consentirglielo? Alla domanda va data risposta prima che molti dei prodotti che usiamo tutti i giorni, senza che ce ne accorgiamo, divengano nostre proprietà solo di nome, ma non anche di fatto.




